Elfo, la preoccupazione di Bruni: «Per i teatri è una vera catastrofe»

«Per noi c’è poco da imparare»

Ferdinando Bruni fondatore del Teatro dell'Elfo- foto ©Laila Pozzo
Ferdinando Bruni fondatore del Teatro dell'Elfo - foto ©Laila Pozzo

«Per i teatri è una vera catastrofe». Non usa mezzi termini Ferdinando Bruni, fondatore e co-direttore artistico del Teatro dell’Elfo. «In questo momento non possiamo far altro che aspettare anche se ancora tutto tace e dal ministero non arriva nessun segnale. Ormai le stagioni teatrali vengono calcolate da gennaio a dicembre e noi al momento abbiamo lavorato un mese e mezzo quindi c’è poco da scherzare».

 

 

L’Elfo. Sono giornate intense all’Elfo Puccini di corso Buenos Aires con il consiglio di amministrazione in riunione praticamente quotidiana via Skype per affrontare le mille problematiche che questa chiusura forzata ha causato. «Una chiusura giusta – precisa Bruni –, ma che ha portato tanti problemi».

L’intervista a Ferdinando Bruni, fondatore del Teatro dell’Elfo

Che futuro immagina per i teatri?
«Un futuro molto incerto e nebuloso. Abbiamo la certezza che saremo gli ultimi a riaprire, alcuni accomunano teatri e cinema, ma sono due realtà molto diverse. Un cinema può permettersi di distanziare gli spettatori e replicare un film 5 volte al giorno, in teatro non si può. Per non parlare degli attori sul palco che dovrebbero rispettare le stesse regole di distanziamento. E’ veramente una situazione molto grave per il nostro settore. Speriamo che dopo l’estate si torni alla normalità perché il teatro è quello e non possiamo inventarci una stagione intera di monologhi per trenta persone, chi verrebbe a vederla?».

Ferdinando Bruni - foto ©Laila Pozzo
Ferdinando Bruni – foto ©Laila Pozzo

Rispetto ad altri, avete aspettato a rendere i vostri spettacoli disponibili online.
«Non ci aspettavamo che la chiusura si sarebbe prolungata così tanto, speravamo almeno di poter proseguire le tournée fuori dalla Lombardia. Non è andata così e abbiamo deciso di non perdere del tutto il contatto con il pubblico e con quelli che ci vogliono bene mettendo a disposizione una serie di nostri spettacoli».

C’è qualcosa che i teatri italiani possono imparare da questa emergenza?
«Temo proprio di no. In questo caso c’è poco da imparare. E non basteranno otto settimane di isolamento per cambiare il nostro modo di essere. Io penso che le persone abbiano una grande capacità di recupero e di rimozione quindi, quando questo problema sarà superato, si tornerà alla quotidianità che abbiamo vissuto fino ad ora. Si dovrebbe imparare, ma su altri ambiti che non mi competono, come la sanità. Noi del teatro, da questa vicenda, dobbiamo solo sperare di non uscirne con le ossa rotte».