23.2 C
Milano
16. 05. 2022 23:26

Filippo Renda porta a Milano il suo Decameron: «La pandemia ha stravolto il progetto originale»

L'attore e drammaturgo presenta la sua “fine del mondo” al Teatro Litta fino al 3 aprile

Più letti

Il tema della fine del mondo e del tempo che ci resta è al centro di Decameron – una storia vera diretto da Stefano Cordella con la drammaturgia di Filippo Renda. Il 19 settembre 2020, infatti, a Union Square, New York City, un enorme timer ha cominciato il proprio conto alla rovescia partendo da 7 anni, 95 giorni, 2 ore e 36 minuti: il tempo che, secondo gli esperti, separa l’umanità dal disastro ambientale.

Così, come nel racconto di Boccaccio ambientato durante la peste del 1300, dieci giovani si rifugiano in una villa fuori città per sfuggire al contagio e raccontare novelle, settecento anni dopo, nel pieno di una nuova pandemia globale, sei artisti decidono di mettere in scena l’ultima festa prima della fine del mondo. «Il progetto originale era molto diverso – spiega a Mi-Tomorrow il drammaturgo e attore Filippo Renda – poi la pandemia ha stravolto tutto spostando il focus sulla paura della fine».

Il Decameron di Filippo Renda al Teatro Litta

Perché il sottotitolo una storia vera?
«Perché la struttura drammaturgica dello spettacolo nasce della vera esperienza delle prime due settimane di lavoro avvenute in piena pandemia. Abbiamo ricreato un piccolo Decameron. Ogni giorno di prova eleggevamo un Re che decideva come affrontare la giornata, che temi trattare, quale rapporto avere con la fine».

Che caratteristiche ha il suo personaggio?
«È ossessionato dal voler intrattenere, sfrutta, manipola e imbroglia pur di riuscire a intrattenere. È anche molto narcisista e solo».

Cosa rende il Decameron ancora così apprezzato?
«Il Decameron è geniale perché ogni storia è a sé e scritta in modo superbo. Il suo successo letterario è evidente visto il lavoro fatto sulla lingua italiana, c’è un mistero sul suo successo popolare. Le trasposizioni sul piccolo e grande schermo hanno aiutato».

Una delle domande che pone lo spettacolo è quale segno vorremmo lasciare prima che tutto finisca? Come risponde?
«Sarei tranquillo e felice anche se non dovesse lasciar niente. In questo momento della mia vita l’ossessione di dover sopravvivere a se stessi non mi appartiene, anzi mi angoscia».

Sta già lavorando a qualche progetto per la prossima stagione?
«Con Manifatture Teatrali Milanesi stiamo lavorando a una produzione legata al teatro antico continuando il lavoro che ho iniziato in questa stagione con Alcesti».

In breve

Milano, al Giambellino arrivano i lampioni smart contro rifiuti e soste irregolari

Una nuova ed impensabile nuova arma per contrastare i furbetti dei rifiuti: a Milano, per la precisione al Giambellino,...