Mario Biondi
Mario Biondi

Ha sorpreso tutti il 7 giugno con l’uscita del suo nuovo singolo Sunny days: ora si prepara a progetti ancora più grandi. Da Sanremo 2018, Mario Biondi non si è praticamente mai fermato.

Come nasce Sunny Days?
«Nasce dalle musicalità del produttore e arrangiatore della stessa canzone, Mario Fanizzi. Quando ho sentito il suo sound ho subito pensato che fosse un pezzo interessante sul quale lavorare».

E poi c’è stato l’incontro con Cleveland Jones.
«Esattamente. Appena ho sentito la sua voce, mi sono innamorato. Arriva da una piccola città del South Carolina e ha una carica eccezionale, una voce molto espressiva e piena di emozione».

Lei è un artista con una carriera internazionale, cosa l’ha aiutata a connettersi con differenti culture?
«Sicuramente la mia predisposizione a determinate musicalità, ma anche il fatto di aver cantato in diverse lingue mi ha aiutato a mettermi in contatto con i Paesi che ho visitato. Il linguaggio è fondamentale».

C’è qualcosa, a tal proposito, che la rende particolarmente felice?
«È sempre molto difficile inserirsi nel mercato musicale estero ed è altrettanto difficile risultare credibili, specie all’interno di alcuni generi come il jazz. Sentire il mio pubblico italiano più affezionato dire che sono il loro orgoglio, mi riempie di gioia».

Crede che oggi sia più importante per un artista rivendicare il proprio stile o stare al passo con i cambiamenti del tempo?
«Mi piace perlustrare il tempo. Consapevole anche del fatto che questo lavoro, specialmente agli inizi, non offre sempre una garanzia di continuità. Per come sono fatto, mi annoia stare in uno stesso posto o ancorato, in questo caso, ai soliti suoni. A mio modo ho ricevuto anche alcune critiche per questo».

Ovvero?
«Dopo il successo di This is what you are mi sono allontanato dai suoni più classici del jazz per sperimentare e non a tutti è piaciuto. Tornerò anche a quei suoni, ma al momento mi piace la possibilità di esplorare cose nuove».

Che progetti ha per il futuro?
«Al momento ho in mente di lavorare ad un progetto più grande, un album di 12 o 13 brani da far uscire nel 2020, anche se questi numeri mi mettono un po’ di angoscia (ride, ndr)».

Ha in mente altre collaborazioni?
«Troppe! Non basterebbe una giornata per raccontare di alcune idee balzane che ho in mente. Se devo scegliere un gruppo, tra tutti, direi i Red Hot Chili Peppers, ma temo siano inarrivabili. Peccato, perché sono degli artisti che amo molto, nascono dal rock e dal punk, ma hanno esplorato musicalità molto differenti tra loro».

Ci sono altri gruppi lontani dal jazz che apprezza particolarmente?
«Non posso non citare i Foo Fighters: ritengo abbiano un repertorio stupendo».

Quali ricordi associa a Milano?
«Milan… l’è on gran Milan. È una città che ho frequentato per diversi motivi: concerti, live, tra cui un’esibizione indimenticabile al Teatro Smeraldo. A Milano sono nate grandi collaborazioni ed è stato il suolo su cui si è sviluppata la relazione con la mia compagna».

Quali suoni non possono mancare nella sua estate?
«Devo ammettere che non ascolto molto la radio. Come direbbe Celentano, “esco di rado”, tuttavia l’estate per me è raggaeton e non può mancare una grande canzone spagnola. Se può valere come risposta, mi manca moltissimo la mia Sicilia, o anche godermi un po’ di mare in Sardegna, quindi direi che è immancabile il suono… delle onde».


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