Souq
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Si è conclusa con cinque riconoscimenti a quattro corti, l’ottava edizione del festival che fa della diffusione attraverso il cinema dei valori dell’inclusione e della coesione sociale, il suo obiettivo primario. Il SOUQ Film Festival, organizzato da Fondazione Casa della Carità, ha avuto i suoi vincitori per la prima volta in uno dei luoghi storici per le pellicole milanesi, l’Anteo Palazzo del Cinema.

 

«Siamo riusciti a colpire nel segno. In sala abbiamo avuto grande partecipazione degli spettatori – afferma a Mi-Tomorrow Delia De Fazio direttrice artistica del SOUQ -, l’interesse per il festival è cresciuto, ad esempio il numero delle iscrizioni è raddoppiato rispetto allo scorso anno».

 

Delia De Fazio
Delia De Fazio

Com’è cambiata la sensibilità e il lavoro dei registi in questi otto anni?
«L’attenzione e la profondità nell’approcciarsi ai temi non è cambiata, ma abbiamo notato due tendenze. Un maggior coinvolgimento personale, diversi registi raccontano storie legate alle proprie esperienze di vita, in particolare sul tema dell’immigrazione abbiamo lavori di registi che sono immigrati di seconda generazione. Alcune sceneggiature, invece, contengono elementi comici e dissacratori volti suscitare un nuovo tipo di reazione nel pubblico, nonostante i temi trattati. Infine, la capacità tecnica e la qualità dei lavori è sempre maggiore anche se realizzati da esordienti».

I temi principali emersi dai corti, immigrazione, condizione dei riders e lo Ius Soli, sono molto attuali…
«Sì, i registi sono molto sensibili alle tematiche attuali: i filmmaker che hanno presentato i loro lavori sono per la maggior parte under 30. L’esigenza di raccontare i problemi della nostra società non può che venire da giovani come loro, che credono nel cambiamento».

Può descriverci i tre corti premiati?
«Fireflies di Amélia Nanni, vincitore del Premio della Giuria, affronta il tema dell’immigrazione e dell’integrazione con delicatezza e profondità, servendosi di due incredibili attori di 8 anni che cercano, con ingenuità, di risolvere una situazione più grande di loro. Baradar di Beppe Tufarulo racconta una drammatica storia, tratta da una vicenda reale, di un bambino afgano di 12 anni che rimasto solo al mondo viaggia fino in Europa. Fortunatamente la storia ha un lieto fine, infatti Alì, il protagonista, ora insegna a Roma e ha pubblicato due libri per Feltrinelli. Pizza Boy di Gianluca Zonta, attraverso la storia di Saba, rider e immigrato, mostra come sia possibile mantenere uno sguardo di speranza nonostante i pregiudizi diffusi nel mondo contemporaneo».

Importante anche la partecipazione dei lungometraggi fuori concorso, cosa è emerso da questi?
Quest’anno la scelta dei due lunghi è ricaduta su Sinfonía di Gilbert Arroyo e Andrés Locatelli e Jungle – a Modern Odyssey di Hetty de Kruijf. In entrambi traspare un messaggio di speranza per un futuro diverso e migliore, nonostante le avversità e i drammi vissuti. Nel primo veniamo travolti dalle speranze di un futuro migliore di tre ragazzini peruviani, che frequentano uno dei centri musicali istituiti dal progetto sociale del famoso tenore Juan Diego Flórez, per togliere dalla strada i bambini del suo paese. Nel secondo si ribadisce come l’immigrazione sia sinonimo di speranza per migliaia di persone che affrontano esperienze drammatiche in patria e nel viaggio verso una ‘terra promessa’».

Esiste tra i film presenti qualcuno che vi ha colpito particolarmente e perchè?
In realtà tutti hanno qualcosa che ci ha colpito. Tuttavia, il corto Sin Cielo, oltre all’evidente qualità filmica, mostra una situazione che ancora purtroppo accomuna i paesi di tutto il mondo e cioè la schiavitù sessuale. Il corto si svolge in una città di confine tra Stati Uniti e Messico, ma potrebbe svolgersi ovunque. E l’elenco coi nomi di centinaia di donne e ragazze scomparse presente nei titoli di coda è un vero invito all’azione».

Come cambia la percezione degli addetti ai lavori e del pubblico?
« La mission del festival permane nel tempo, ma devo dire che gli addetti ai lavori e il pubblico di anno in anno colgono con sempre maggior profondità il senso del lavoro che stiamo facendo, e gli obiettivi che Centro Studi SOUQ e Casa della carità, promotori dell’iniziativa, si pongono. Li vediamo più vicini, con una consapevolezza crescente e pronti a farsi portavoce di un messaggio di apertura verso l’altro, di solidarietà e comprensione reciproca».

PREMIO DELLA GIURIA: Fireflies di Amalia Nanni

PREMIO DEL PUBBLICO: Baradar di Beppe Tufarulo

PREMIO DEGLI OSPITI DELLA CASA DELLA CARITÀ: Il mondiale in piazza di Vito Palmieri

PREMIO GIURIA GIOVANI: Baradar di Beppe Tufarulo

MENZIONE SPECIALE SOUQ FILM FESTIVAL: Pizza Boy di Gianluca Zonta


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