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28. 11. 2022 19:17

Corto, amore e fantasia: torna il Vertigo Film Fest

All'Anteo Palazzo del Cinema tre giorni dedicati all'attualità del cortometraggio, tra proiezioni e dibattiti

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Da mercoledì – e fino a venerdì 23 settembre – si terrà la nuova edizione del Vertigo Film Fest, il primo festival milanese interamente dedicato ai cortometraggi. Ospitata nella sala Astra dell’Anteo Palazzo del Cinema (Piazza Venticinque Aprile, 8), la rassegna ospiterà proiezioni di cortometraggi italiani e internazionali, insieme ad interventi di registi presenti in sala. Ne parliamo con i quattro organizzatori, Alberto Di Caro Scorsone (direttore artistico e fondatore), Margherita Piazza (graphic designer), Carlo Puoti (illustratore) e Luca Leone Silvestri (content creator).

Vertigo Film Fest, a tu per tu con gli organizzatori

Perché proprio il cortometraggio?
«Essendo un prodotto artistico e audiovisivo a sé stante, nel mondo delle scuole cinematografiche copre il ruolo di un esercizio, ma il fine è il film. Grandi registi hanno continuato, durante la loro carriera, a cimentarsi nella realizzazione di piccoli film come Lynch, Wes Anderson, Villeneuve o Sorrentino, ad esempio».

Quale valenza artistica ricopre oggi?
«Nei suoi cinque e trenta minuti massimo, il corto deve raccontare una storia che abbia uno sviluppo narrativo e, in poco tempo, far conoscere al pubblico il contesto, i personaggi e le loro vicende. Grazie alla sua brevità, si adatta bene a una serata di proiezioni non limitata a un’unica, ma a tante storie. In due ore, ad esempio, si possono proiettare dai quattro agli otto corti».

E nell’epoca dei social come cambia il suo messaggio?
«Paradossalmente il cortometraggio potrebbe essere ideale per un mondo che si muove ad una velocità così sostenuta. La durata media dei corti gioca a suo favore, proponendo una narrazione dal respiro più breve. Capita spesso che la “rassicurante” cornice della serialità nasconda delle vere e proprie raccolte di cortometraggi».

Tra le 250 opere candidate quest’anno, quali criteri avete utilizzato per selezionare i vincitori?
«Ci siamo appellati a due poli fondamentali, il contenuto e la coerenza. Non significa che sottovalutiamo la macchina produttiva, anche perché uno studente alle prime armi non è paragonabile a chi è più esperto, ma allo stesso tempo non vogliamo dimenticarci che i corti avranno una vita propria nelle sale dei festival e il critico più importante sarà il pubblico».

vertigo film fest

Quale tipo di tendenza c’è oggi da parte dei nuovi sceneggiatori e registi?
«Abbiamo incontrato opere influenzate anche dalla generazione di appartenenza. Ci ha colpito una grande voglia di sperimentare con i diversi aspect ratio, ossia le forme dello schermo, frutto della familiarità che il mondo di oggi ha con i formati più diversi, che ci accompagnano lungo la giornata come lo schermo del cellulare o quello in metropolitana».

E poi?
«Abbiamo notato molte narrazioni che indagano il tema dell’insicurezza, della ricerca di una propria identità e stabilità, optando per un’ambientazione distopica per lo svolgimento del racconto. Un tipo di insicurezza riferita alla propria interiorità, alla propria affettività: molto spesso abbiamo visto momenti di vuoto, giocati nell’intimità della propria casa, dei rapporti più stretti con gli altri individui. Un silenzio che si pone spesso in contrasto con il rumore del mondo esterno».

Spettatori in calo nelle sale nonostante le riaperture. A cosa è dovuto?
«Ciò che ha sempre distinto il cinema rispetto all’home entertainment è la condivisione di un’esperienza: il grande schermo, le poltrone, l’audio avvolgente e il buio sono ingredienti che tutti amano da quando esiste. Tuttavia, in un’epoca di pigrizia sociale dovuta alla tecnologia, il cinema fatica ad attrarre spettatori, poi la crisi pandemica non ha fatto altro che accentuare esponenzialmente la capillarità del mondo digitale. Resiste, però un elemento della comunicazione, il passaparola. Quelle chiacchiere durante le pause o il caffè al bar rimangono ancora una pubblicità potentissima».

Cosa si dovrebbe fare per aiutare il settore?
«Educare il cinema a esperienza di vita, di partecipazione e condivisione di un momento, alla stregua di un concerto o di una mostra, potrebbe essere una strada da percorrere per non lasciare invecchiare la sala sotto la polvere. Dal nostro punto di vista, il compito delle produzioni sarebbe quello di rimanere vigili sui cambiamenti sociali, per offrire una scelta filmica al passo coi tempi. Il pubblico, però, dovrebbe imparare ad essere più coraggioso, abbandonando il confort di un sequel, prequel o spin off. È da noi che parte la rivoluzione del mezzo cinematografico».

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