Lele Sacchi: «Elettronica e design parlano lo stesso linguaggio»

Alla via la terza edizione di Fabbrica Design Week. Lele Sacchi: «La pausa ideale per tutti i visitatori del Fuorisalone, senza etichette»

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Quando la musica elettronica incontra il design. Parte da oggi Fabbrica Design Week, evento che si articola in una serie di esposizioni e installazioni e in un festival musicale a cura di Lele Sacchi e Eric Galiani. Accanto alle esposizioni presenti nei 5.000 metri quadrati della Fabbrica del Vapore, ogni giorno si alterneranno su due palchi pesi massimi della musica elettronica internazionale (free entry fino alle 21.00, 3 euro dalle 18.00 a chiusura, fino ad esaurimento posti). «Fino a domenica – racconta Lele Sacchi, deejay e producer milanese – proveremo ad alzare l’asticella rispetto alle due edizioni precedenti. L’Assessorato alla Cultura ha indicato Fabbrica Del Vapore come spazio adatto, per capienza, per profilo della parte espositiva. Sarà la pausa ideale per i visitatori del Fuorisalone».

Design ed elettronica. Quali sono gli insospettabili punti di connessione?
«Design è una espressione culturale umana che mette insieme l’ispirazione artistica con i numeri e l’efficienza “scientifica”. L’elettronica, fra tutte le musiche, è quella che nasce nello stesso modo. E anche il djing, per me, è sempre stata una forma artistica più vicina all’artigianato che alla creatività pura senza limiti. Poi, col Fuorisalone, è ovvio che ci sia l’incredibile voglia di socialità e festa di questa settimana incredibile per la città».

Quale stato vive oggi la musica elettronica?
«Positivo, ma frastagliato in tendenze molto differenti fra loro e tutte con un proprio equilibrio. A un giovane consiglierei di focalizzarsi e capire cosa sente davvero dentro e non provare a caso pensando al successo: studiare il percorso che la musica ha attraversato, per essere ciò che è, serve a vedere con lucidità il tuo futuro».

Domenica ci sarà il Morning Club, in collaborazione con Radio m2o, che cavalca l’onda del soft clubbing in grande spolvero in città.

«La parola “soft clubbing” è diventata un pretesto giornalistico per fare click. Di conseguenza, si sono create polemiche online. Di questi facili click non mi è mai interessato nulla. Per me esiste la musica. Esiste il ballo. Apriamo le orecchie, muoviamo i sederi».

Validi anche per un pubblico abituato alla notte?

«Se un dj propone musica bella, ricercata, con studio, tecnica e dedizione, se c’è un impianto adeguato per sentirla al massimo livello, se c’è un locale adatto a ballarla e viverla in perfetta armonia e senso di comunità, allora, vale qualsiasi orario, latitudine e luogo. L’importante è liberarsi dalle mille costrizioni in cui ci infiliamo inutilmente nei contesti sociali della routine quotidiana al ritmo di un dj. Questo è il clubbing. Gli aggettivi poi servono solo al marketing».

Milano rimane la piazza ideale per sperimentare nuova musica?

«A Milano continuano a vivere artisti musicali di altissimo livello per la scena clubbing. Sia come produttori che come djs: li abbiamo rappresentati al Festival in tutte le sue forme, con Fabio Monesi, che ha appena pubblicato un album, Turbojazz, anche lui fresco di stampa con un nuovo lavoro lungo, Dario Lem e TommyBoy. Tutti diversi fra di loro, tutti con un profilo internazionale importante».

Con un background milanese, però.

«Li vorrei tutti presenti sempre sui palchi nei Festival che organizzo, perché senza scena locale l’anima del clubbing e dei festival rimane vuota. Ricordiamoci che a Milano negli ultimi vent’anni sono nati due filoni che hanno dominato le scene globali, la fidget house/electro con i Crookers e la melodic techno con i Tale Of Us».

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