Daniele Gattano torna al Teatro Manzoni con Perestrojka e Pancake: «Bruni Tedeschi o Santanché?»

Uno spettacolo che è una bussola comica per orientarsi nell’Italia (e negli italiani) di oggi

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C’è una domanda che attraversa tutta la comicità di Daniele Gattano e che oggi, tra attualità politica e nevrosi quotidiane, suona ancora più precisa: che tipo di persone siamo? Nel giorno del ritorno a Milano di Perestrojka e Pancake, stasera al Teatro Manzoni, la nostra chiacchierata si trasforma in un flusso ironico e rapidissimo, tra Milano e Roma, tote bag e algoritmi, con quella capacità tutta sua di trasformare un dettaglio apparentemente insignificante in un ritratto generazionale. E dentro, inevitabilmente, ci finisce anche l’attualità.

Partiamo dalla tua dicotomia ormai celebre, vista anche la recente attualità: Bruni Tedeschi o Santanché?
«Guarda, oggi ti direi ancora Bruni Tedeschi, però con una grandissima invidia per la tempra della Santanché. Cioè, al di là di tutto, io quella capacità di reggere la realtà la stimo tantissimo: a me arriva una raccomandata e penso già al carcere. Lei, invece, va al ministero truccata e vestita. Ecco, io vorrei vivere le cose così, anche se resto molto più Bruni Tedeschi nel quotidiano».

Questa divisione è diventata quasi una lente per leggere le persone, anche politicamente…
«Sì, ma senza voler fare sociologia, eh. Anche se dentro quella roba lì ci finisce tutto: destra, sinistra, gusto estetico, modo di stare al mondo. La Bruni Tedeschi è un certo tipo di élite culturale, la Santanché è un’altra energia, più performativa. A me diverte perché non è una classificazione precisa, ma tutti capiscono subito dove stanno».

Nasci a Verbania, ma hai un’anima molto romana. Cosa pensi di Milano?
«Milano per me è un altro Stato. Io arrivo e devo ripassare le regole, come quando vai in India. La cosa che mi fa più paura sono i tornelli della metro in uscita: se sbagli qualcosa ti fregano subito, ti parte il giornaliero e non sai neanche perché. Io pago con la carta e vivo nell’ansia. Però poi è una città che mi piace molto sul palco: quando ho una data a Milano sono sempre contento, il pubblico è attentissimo».

E rispetto agli stereotipi che racconti, Milano ti ha sorpreso?
«Molto. Io mi aspetto una città piena di “Santanché” e invece c’è una quantità enorme di “Bruni Tedeschi”. La città dove hanno alzato di più la mano per “Santanché” è stata Palermo, per dirti. A Milano penso sia molto diffuso il lilligrubismo, che poi è come mi sento io».

Ovvero?
«Diciamo che ho i contenuti di una Bruni Tedeschi e il look di una Santanché».

Dopo il punto di Paolo Pagliaro.
«Esatto! (ride, ndr)».

Nel tuo spettacolo parti spesso da dettagli spesso non considerati, dalla tote bag in giù.
«Perché secondo me l’apparenza dice tutto. Non è vero che non bisogna giudicare: ogni cosa che indossi è una scelta. A Roma vivo al Pigneto e lì sono tutti con la tote bag, con dentro il Mac che vanno a scrivere… è proprio un’estetica. Io stesso vado a un book club con la tote bag: è più grave presentarsi senza tote bag che senza aver letto il libro».

E tu che tote bag hai?
«Ne ho una con Laura Palmer. Cioè capisci il livello di posizionamento? Ormai me le regalano anche agli spettacoli, ne ho una collezione infinita. Una volta me ne hanno regalata una con scritto: “Il classico gusto dei gay (in senso buono)”. È marketing puro: basta una frase e la vuoi subito».

C’è anche un lato molto “milanese” nel tuo racconto degli stereotipi.
«Più che altro quando il milanese “peggiora”. Ho un amico che per organizzare un pranzo manda una mail. Siamo in tre! E lui manda la mail. Quella roba lì per me è incredibile. Poi c’è la puntualità, il fatto che a Milano non riesco a risparmiare: proponi un cinese e ti ritrovi con le bacchette d’oro».

Oggi sei tra i comici che lavorano molto anche sui social. Che rapporto hai con quella dimensione?
«Pro e contro. Tante occasioni arrivano da lì, perché la gente ti vede. Però ha delle regole precise. La cosa bella è che puoi essere molto specifico: posso parlare di tote bag o citare Arbasino e trovare comunque un pubblico. È come se la nicchia diventasse mainstream».

E al teatro allora cosa resta?
«Il teatro è il test vero. Io provo i pezzi nei pub con gente che non mi conosce, perché voglio che funzionino anche per chi arriva lì per caso. Mi capita spesso quello che mi dice: “Io non ti conoscevo, mi ha portato lui”. E se ride anche quella persona lì, allora lo spettacolo funziona».

Che tipo di spettacolo è Perestrojka e Pancake?
«È un viaggio nelle contraddizioni di oggi. Dentro c’è tutto: patrioti, oroscopi, Meryl Streep, Mussolini… Mi interessa prendere qualcosa di banale e portarlo all’assurdo. E poi ormai tutti parlano, tutti fanno podcast: io continuo a scegliere il teatro, che è un posto più povero ma più vivo».

Ti senti più attore tout court o comico?
«Io ho fatto proprio la scuola per diventare attore. Poi, per caso, sono finito nella stand-up allo Zelig, che è stato il mio primo avvicinamento alla comicità. Credevo mi sarei trovato a fare esercizi teatrali in cui ti facevano girare scalzo dicendoti: “Adesso fai il koala, connettiti con la terra”. Invece dovevi già far ridere… Lì ho scoperto che potevo scrivere le cose che dicevo: questa cosa mi ha cambiato la vita».

E c’è qualcosa che vorresti fare ancora?
«Mi piacerebbe fare più televisione e, magari, cinema. Però senza ansia: alla fine mi interessa continuare a raccontare quello che vedo. Tanto finché esiste una tote bag nuova o una Santanché nuova, il materiale non mi manca».

Stasera alle 20.45
Teatro Manzoni
Via Alessandro Manzoni, 42
Biglietti: da 28 euro su ticketone.it

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