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Milano
05. 12. 2020 15:43

Gli etnici? I nuovi “Trani”

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Sta facendo discutere la proposta del Ministro dell’Interno di chiudere i negozi “etnici” alle nove di sera. Senza entrare nel dibattito politico e nelle sue polemiche, proviamo a immaginare cosa significhi per Milano una proposta del genere. Per prima cosa dobbiamo farci una domanda: cosa è etnico a Milano? Da noi le osterie si chiamano “Trani” perché il vino arrivava dalla Puglia, per esempio. I ristoranti cinesi o i kebabbari aperti fino a tardi, o i sushi bar, sono davvero etnici o sono ormai parte integrante della nostra identità? Sono i nuovi “Trani”? I negozietti dove trovi di tutto, aperti da cingalesi o filippini o egiziani, hanno fatto sì che serrande chiuse nelle nostre vie si rialzassero, che tornassero a disposizione dei servizi di prossimità (“mi manca il sale, ho dimenticato di comprare il latte”) o sono pericolosi ricettacoli di qualche pericolo? Queste attività rappresentano davvero un problema di sicurezza nella nostra città? Questo tema è uno dei motivi più evidenti per cui Milano dovrebbe godere di un’autonomia legislativa: dovrebbe essere il nostro Comune, considerando la nostra realtà, ascoltando i cittadini e i loro bisogni, a decidere su questioni del genere. Al netto del fatto che basterebbe già applicare le leggi vigenti: si chiudano (e/o si multino) quegli esercizi commerciali che causano problemi di ordine pubblico, che non rispettano le normative. Si lascino a uso della comunità tutte le attività che fanno vivere i quartieri: la pelle o l’origine di chi li gestisce non dovrebbe essere neanche argomento di discussione.

In breve

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