La lezione della Carmen

Alla Scala Damiano MIchieletto legge l'opera di Bizet come un femminicidio ambientato negli anni '70

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«Libera è nata e libera morrà», canta Carmen nell’ultimo atto dell’opéra-comique di Georges Bizet. La gitana va incontro al suo destino senza paura, incurante dei consigli di chi l’aveva messa in guardia. Il regista Damiano Michieletto legge l’opera di Bizet come un fatto di cronaca: un femminicidio ante litteram ambientato all’inizio degli Anni ’70. Sul podio del Teatro alla Scala c’è Myung-Whun Chung. L’opera, che dopo aver debuttato alla Royal Opera House di Londra va in scena da domani, 8 giugno alla Scala, nelle scene e nella regia si focalizza sulla libertà della protagonista di amare chi vuole. A darle corpo sono la Carmen di Clémentine Margaine e il Don José di Vittorio Grigolo.
Non un dramma della gelosia, ma l’impossibilità di Don José di accettare la fine di un amore. Certo, qualcuno continuerà a leggere Carmen come una donna “colpevole” della propria libertà, puntando il dito sul suo atteggiamento provocante. Ma i tempi cambiano e al bigottismo dell’epoca in cui è stato scritto il libretto che metteva la protagonista all’indice, si sostituisce la celebrazione di ogni donna che può essere se stessa e amare chi vuole. Chissà, forse la Carmen del XXI secolo meriterebbe un finale diverso. Per restare nell’ambito della tragedia, non la morte della donna che sceglie di essere libera, ma quella di un uomo incapace di accettare che l’unica vita su cui può decidere davvero è la propria.

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