milano citta stato
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«Milano Città Stato nasce dall’esperienza di Vivaio, di cui sono uno dei fondatori, associazione apolitica creata con l’obiettivo di far diventare Milano internazionale unendo persone di ambiti diversi». Parola di Andrea Zoppolato, che ricorda quando «ad inizio 2015 abbiamo lanciato un primo incontro politico: cosa poteva essere utile, politicamente parlando, a Milano? Dopo due ore di confronto abbiamo preso a riferimento le altre grandi città: sono tutte autonome».

La vostra proposta può sembrare divisiva. Come mai l’avete accantonata a lungo prima di riparlarne? Volevate farvi conoscere?
«Dopo l’idea, nata in gruppo, abbiamo pensato che fosse una cosa troppo tecnica. Così abbiamo creato un sito che riflettesse quel tipo di mentalità che vogliamo sostenere: una Milano vincente. Il sito (milanocittàstato.it, ndr) parla anche di argomenti generici. Milano Città Stato è un concetto forte, è vero, ma se ci si vuole affermare non si può avere paura».

Quanti siete in totale?
«Siamo in otto nel quartier generale. Attorno a noi si muovono due aree, una editoriale e una di partecipazione attiva che darà atto all’iter referendario. Il 3 luglio terremo un incontro al Copernico, alle 18.00, per tutti gli interessati».

Parliamo un po’ dell’iter. Cosa succederà a settembre?
«Partirà la raccolta firme, ma c’è un problemino: la Città Metropolitana non ha ancora completato quanto previsto per il collegio dei garanti e non è stata ancora esplicitata la modalità di raccolta di firme. C’è questo buco, che speriamo verrà colmato. Dovremo raccogliere mille firme, ricevere l’ok dal collegio e poi due strade: ricevere l’appoggio di almeno 1/5 dei Comuni della Città Metropolitana o 100.000 firme. Noi punteremo a questa seconda opzione con fiducia. E per noi sarà un pre-referendum, dove il quorum sarà al 30%. In generale, però, adesso sono tutti freddini sul tema».

La politica è freddina solo perché il tema è divisivo?
«Qui a Milano i politici sono molto trasparenti, ti dicono quello che pensano. La Lega è fredda perché qui a Milano la Lega è meno forte e si rischierebbe di dare più potere a una città non leghista. Per quanto riguarda la sinistra, attorno al sindaco sono tutti a favore: il Pd qui ha una grande tradizione di autonomia in quanto da sempre quasi osteggiato dal Pd romano. Ma il sindaco è sempre stato freddino e farsi baluardo di una maggiore autonomia per una città che è ormai vetrina di una certa politica che si vuole esportare a livello nazionale non può essere in cima all’agenda».

Quali sarebbero i vantaggi dell’autonomia?
«Poteri simili a quelli di una Regione. Con l’autonomia si potrebbero gestire direttamente i fondi europei e statali e creare un sistema differenziato su sanità, infrastrutture e singole esigenze del territorio (come i corsi universitari in lingua). Milano è sull’orlo di un baratro come tutto il Paese: o si spera sempre in un governo amico o si riscrivono le regole».

I milanesi non sono insoddisfatti. Perché dovrebbero interessarsi?
«La giunta sta lavorando bene, così come le precedenti. Milano si governa bene perché la sua comunità è fantastica. Ma qual è quel luogo che nell’arco di cinque anni a livello mondiale potrebbe essere testimone di una trasformazione epocale? Io dico Milano. Dico anche che tra 10, 50 o 100 anni gli Stati come li conosciamo ora non ci saranno più. Ci saranno città con grandissimi poteri e collaborazioni dirette con le altre grandi città del mondo».

Perché un cittadino dovrebbe votare contro la vostra proposta?
«Sarò provocatorio. Alla comunità e all’Italia conviene avere un luogo che abbia più autonomia. Milano sta drenando risorse dal resto d’Italia (imprese, filiali, ragazzi in carriera), ma non vedo ancora questo flusso di aziende e persone da Londra. Non c’è un ecosistema in grado di competere a livello internazionale. Io credo che si opporrà solo chi prospera con le attuali regole del gioco».

Come si vorrebbe agire dopo il referendum? Ci avrete pensato: il rischio è che la cosa sfumi da sé.
«Hai centrato tutti i punti critici. Se non ci sarà volontà politica sarà una cosa sine die come tante in Italia. Il sindaco aveva promesso un’iniziativa popolare su questo tema, ma ci ha deluso. A costo di andare casa per casa faremo capire che autonomia non vuol dire indipendenza e che il concetto di Città Stato non richiama il passato, anzi. Oggi le Città Stato nel mondo stanno cambiando il mondo e sono le più aperte a livello internazionale. È una cosa proiettata al futuro».

Gli ultimi e virtuosi esempi nel mondo di Città Stato?
«Nel mondo l’ultima Città del Messico, sul modello di quelle tedesche. Ma anche Londra, che fino agli anni ’90 faceva parte come amministrazione del governo nazionale. I cittadini votarono in massa al referendum, facendo decollare definitivamente la città. Milano può diventare Città Stato come le città tedesche o quelle svizzere. O Vienna, che per me è l’esempio migliore. E Milano ha ancora tanto sangue austriaco nelle sue vene».


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