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25. 09. 2020 14:43

Gino Corsanini, marmo e sudore: «La mia vita per il Duomo»

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Gino Corsanini è uno scultore con la S maiuscola. Uno di quelli della vecchia scuola. Uno che lavora il marmo ancora con scalpello e sudore, ore e ore di lavoro per modellare una pietra e farla divenire un’opera d’arte. Originario di Carrara arriva studente a Milano nel 1968, inizia da subito a lavorare come scultore per la Fabbrica del Duomo, storico ente nato nel 1387 per la conservazione e la valorizzazione della Cattedrale, patrimonio non solo dei milanesi ma dell’umanità. Quando ci fermiamo ad ammirare il Duomo e lo vediamo così perfetto, imponente e ben conservato, dobbiamo dire grazie a persone come Gino Corsanini che hanno dedicato la loro vita alla scultura e in particolare alla scultura in marmo.

Come si realizzano opere di dimensioni così monumentali?

«Oggi è tutto più semplice, mi avvalgo della collaborazione del laboratorio a Carrara, che gestisco con mio nipote, e ancor prima di mio fratello, con il quale ho sempre lavorato per la realizzazione delle opere monumentali. Grazie alle nuove tecnologie oggi si opera direttamente sui modelli da me realizzati. I dati, le misurazioni, le dimensioni e tanto altro diventano algoritmi che vengono elaborati dal computer e che a sua volta fornisce istruzioni a questa grande macchina che può realizzare sculture fino a quattro metri di altezza».

Dove si trovano i suoi lavori urbani?

«Per mia fortuna ho lavorato e lavoro tutt’oggi per molti Paesi del mondo, in America, Arabia, Africa, ma anche e soprattutto in Europa, in Germania, Francia e Spagna. Naturalmente molte delle mie opere sono collocate in Italia: Stresa, Magenta, Reggio Emilia per citarne solo alcune».

La scultura di marmo è ancora una forma d’arte che interessa al pubblico?

«Ahimè la scultura che utilizza i materiali classici come il marmo o il bronzo è in decadenza, forse perché troppo faticosa e costosa. Richiede forza e pazienza, soprattutto passione. Nei laboratori di Carrara, per incentivare i giovani, organizziamo in estate degli stage, arrivano studenti da tutte le parti del mondo: dalle accademie americane, da quelle di Firenze e anche dal Politecnico di Milano. Noi pensiamo che la pietra sia la materia madre, oggi i giovani utilizzano materiali che hanno poco futuro e che richiedono meno impegno e ingegno».

Per quale motivo?

«Forse abbiamo una mentalità antica, ma inorridisco all’idea che la pietra non debba avere più senso. Il marmo è una materia viva e molto antica, sono elementi che si sono marmorizzati nei secoli, in milioni di anni, se pensiamo che le cave delle Alpi Apuane venivano già utilizzate nell’Età del Ferro, anche se il periodo estrattivo inizia intorno al primo secolo A.C».

In che modo collabora con la Fabbrica del Duomo?

«Terminati gli studi d’arte a Carrara, sono stato assunto dalla Fabbrica del Duomo, sono diventato scultore. L’esperienza alla Fabbrica mi è servita molto in generale, ma soprattutto per leggere, studiare e comprendere le sculture gotiche e classiche del Duomo di Milano. Ho avuto modo di ristudiare la storia della scultura operando direttamente sulle opere. Molte delle sculture originali sono state restaurate o addirittura sostituite con nuove sculture fabbricate da scultori come me, operazioni fatte in passato che avvengono ancora oggi».

Quale insegnamento ha tratto da questo lavoro?

«Ho imparato ad amare la parte vetusta della vita. I maestri hanno lasciato delle impronte indelebili. In generale il mio lavoro mi ha permesso di fare il giro del mondo e portare l’arte in Paesi lontani. Ho anche fatto diversi simposi sulla scultura in marmo dal Giappone a Dubai, dalla Germania alla Spagna, dalla Francia alla Corea del Sud».

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