fabrizio moro
fabrizio moro

Riscatto e autodeterminazione. Anche nel suo decimo album di inediti – disponibile da oggi – Fabrizio Moro non abbandona il linguaggio diretto, vero e sincero che lo contraddistingue da sempre. Dai tempi di Pensa, Sanremo 2007. Figli di nessuno spazia dal rock a melodie più dolci, dal ricordo all’attesa per il futuro.

«Ma non sono più incazzato come prima», racconta a Mi-Tomorrow. A Milano, in attesa del live al Forum del prossimo 26 ottobre, l’appuntamento è per l’instore di domenica alle 18.00 al Mondadori Megastore di piazza Duomo.

Quindi, Fabrizio, c’è meno astio nella tua vita?
«Oggi sì. Certo ho spesso avuto a che fare col pregiudizio, con persone che mi hanno descritto senza conoscere la mia storia. Credo di essere uno dei pochi che la strada del successo l’ha presa dalla Cina. Ma non sono l’unico che non ha mai avuto una mano tesa».

Che cosa ti ha maggiormente rasserenato?
«I figli. Credo di essere una persona completamente diversa. Poi è normale che il marciapiede te lo porti dietro, il disagio che ho cercato di riversare nelle mie canzoni. Ci sono volte in cui dici certe cose più da incazzato e a volte diventa una richiesta di aiuto. Ma, rispetto a qualche anno fa, sono arrabbiato più di quello che mi circonda. Insomma, cerco di tirare fuori la negatività che a volte ho dentro e lo faccio attraverso la musica, poi nella vita di tutti i giorni sono una persona assolutamente tranquilla».

Perché Figli di nessuno?
«Ho cominciato a scrivere questo album quando non avevo energie, venivo da un percorso molto intenso. Dovessi definire con un aggettivo quest’album userei “benedetto”, come “benedetta” era ogni volta che mi sedevo al pianoforte. In un momento in cui non ci credevo. Da Portami via non mi sono fermato, poi invece ho scoperto come una mano invisibile che mi ha accompagnato in questo percorso».

Un percorso istintivo, insomma.
«Tutti i dischi che ho prodotto sono nati dall’istinto. È un disco che ho scritto in poco e prodotto in tantissimo tempo, è la prima volta che mi capita che quando lo sento suona sempre bene».

C’è anche qualcosa di punk, giusto?
«Io comincio suonando il punk e l’heavy metal, poi ho dovuto cambiare genere perché altrimenti sarei morto di fame (ride, ndr). Sono fondamentalmente un musicista che nasce in cantina, anzi parto proprio come chitarrista punk e poi divento cantautore. Ma non mi sono mai sentito snaturato. Nemmeno nelle cose più pop. La musica è bella tutta, non sono mai stato integralista».

Come nasce Me’ nnamoravo de te?
«Ci sono dei momenti in cui ripenso all’epoca in cui sono cresciuto e vedo l’Italia come una donna che mi fa tenerezza: l’amore è dedicato a lei, perché nonostante ci abbia dato tante cose brutte, non riesco mai a condannarla. È sempre vittima degli abusi che gli uomini le hanno fatto. E gli abusi, purtroppo, non finiscono».

È curiosa la scelta della copertina dell’album.
«È nata durante il Festival di Sanremo, ero a Fiumicino e il mio manager mi ha fatto una foto dell’hangar dell’aereo: l’abbiamo riprodotta. Rende bene l’idea del figlio di nessuno, secondo me».

La tua canzone preferita?
«Filo d’erba è il brano più vero, che ho scritto dopo essermi separato dalla mia compagna».

Un momento non facile, a livello familiare.
«Un figlio è la cosa che vuoi più proteggere al mondo. Far cominciare ad un bambino il percorso nel disagio della vita è una cosa che ti fa star male dentro. Mio figlio è molto simile a me. Quando la mia compagna rimase incinta non volevo un maschio perché avevo paura somigliasse a me. Pensavo che per colpa mia potesse andare incontro alle stesse problematiche che avevo io. Ho iniziato a confrontarmi con lui a 3/4 anni e la paura si affievoliva perché si creava un rapporto tra noi. Poi gli incubi sono riaffiorati quando con la sua mamma ci siamo separati».

Ora gli instore, poi ad ottobre toccherai il Forum.
«Facciamo tutto per il live, alla fine. Sarà la prima estate in cui non suonerò. Per la prima volta ci esibiamo nei palazzetti. Un grandissimo risultato se penso alla cantina di vent’anni fa, alle birrerie, ai club, ai teatri».


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