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12. 05. 2021 20:15

Essere artisti a Milano in tempi di Covid: un racconto tra incertezze, speranze e sconforto

Sei milanesi, in quattro domande, hanno provato a spiegarci cosa significhi, da un anno a questa parte, essere artisti a Milano

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Prendi l’arte, mettila da parte. Forse chi ha pronunciato per la prima volta queste parole non immaginava un accantonamento così importante come quello che stiamo vivendo in questo ultimo anno. Proprio domani si celebra la giornata mondiale del teatro, istituita nel 1962.

In occasione di questa data, era stata annunciata dal governo una possibile riapertura dei teatri nelle zone con meno contagi. Una ripartenza che, con oltre mezzo Stivale in zona rossa, non può avvenire.

Nel frattempo, i lavoratori dello spettacolo chiedono che i riflettori si accendano su di loro, invocando la necessità di maggiori tutele e attenzioni. C’è chi non vede una luce in fondo al tunnel, chi si sente l’ultimo degli ultimi, chi ha dovuto mettere tutto in stand by e chi non perde la speranza.

Ma ciò che è indubbio è che tutto il mondo della cultura sta vivendo uno dei momenti più complessi di sempre. Per questo abbiamo ascoltato le storie di sei artisti milanesi: scrittori, sceneggiatori, ballerini, attori, performer e registi hanno riavvolto il nastro per noi. Con l’emergenza sanitaria in corso, hanno vissuto e vivono tutt’ora un periodo di sacrifici, rinunce, momenti di sconforto e di rimessa in gioco. In quattro domande ci hanno spiegato cosa significa, da un anno a questa parte, essere artisti a Milano.

Umberto Crespi: «È un danno incredibile»
Età: 48 anni
Professione: ballerino e insegnante di danza

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«Nella nostra accademia Gens d’Ys, abbiamo visto sia gli artisti che le scuole di ballo subire una devastazione. In questi giorni cadeva San Patrizio, che per noi rappresentava il clou degli spettacoli, ma sia l’anno scorso che quest’anno sono saltate le tournée. Per noi è un danno incredibile».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Abbiamo realizzato spettacoli online gratuitamente. Ma è stata un’arma a doppio taglio: c’era tanto materiale artistico in rete e quindi non abbiamo fatto sentire la nostra mancanza. Ci siamo sentiti “lavoratori non essenziali”. Inoltre abbiamo ripiegato sui corsi online, ma i numeri sono calati drasticamente».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«Da artisti viviamo di passioni: per molti sono arrivati lo sconforto e la depressione. Non possiamo permetterci un altro trimestre senza entrate. Unico lato positivo la vicinanza del pubblico; mentre le istituzioni ci hanno abbandonato. Ci rammarica che in un anno non si sia fatto niente per permettere alle categorie dello spettacolo di proseguire, con delle regole».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«Milano è la città della Scala, eppure non c’è stata alcuna lotta in difesa dell’arte. Così come nel resto d’Italia. La riapertura dei teatri del 27 marzo era chiaramente una farsa; e probabilmente il settore artistico sarà l’ultimo a ripartire. La luce in fondo al tunnel non si vede».

Claudia Campani: «Una terrificante solitudine»
Età: 29 anni
Professione: attrice e modella

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«Mi occupo principalmente di teatro e da più di un anno non abbiamo la possibilità di esibirci. Anche il mondo della fotografia ha risentito molto di questo periodo. Sono riuscita a lavorare a qualche set fotografico e a recitare in due produzioni video, ma per quanto riguarda lo spettacolo dal vivo, nemmeno una data».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Assolutamente sì. Ho deciso di iscrivermi all’università alla facoltà di Psicologia per poter, nel futuro, integrare questa disciplina alla recitazione e cercare di costruire una vera e propria strada terapeutica legata al mondo del teatro».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«Le difficoltà maggiori sono state sicuramente quella economica e quelle relative a tutta la parte sociale del nostro lavoro. La solitudine, sentirsi abbandonati e veramente inutili. Una delle sensazioni più terrificanti che io abbia mai provato».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«Lo streaming può sicuramente servire in un momento storico come questo, ma mi auguro che mai possa succedere di pensare al virtuale come sostituto dello spettacolo dal vivo. Sarebbe una sconfitta troppo grossa, sia per la cultura che per l’intera società».

Margherita Giusti Hazon: «Ho riscoperto la scrittura»
Età: 31 anni
Professione: scrittrice e sceneggiatrice

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«Il lavoro alla Cineteca di Milano si è interrotto da oltre un anno, ritrovarsi da un giorno all’altro senza stabilità è stato molto difficile. Questo mi ha dato l’incredibile opportunità di dedicarmi a tempo pieno a ciò che amo di più: la scrittura».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Uno dei miei mantra è che dalle grandi sfortune derivino le più grandi opportunità. Non potendo lavorare, ho avuto modo di fermarmi a riflettere. Mi sono iscritta all’università in Psicologia, per cercare di rendere più sfaccettati i personaggi che racconto. Ho realizzato un corto e condotto diversi workshop online».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«È stato difficile sentirsi impotenti, abbandonati dalle istituzioni dopo anni di studio e lavoro. Devo ringraziare la mia famiglia se ho potuto vivere in modo dignitoso questi mesi, perché di aiuti concreti ce ne sono stati pochi. Anche questa volta la scrittura mi ha salvata. Passavo le mie giornate sul tetto condominiale a inventare storie. Ho scritto un nuovo romanzo e sto terminando una sceneggiatura».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«Ho percepito che pochissimi enti sono rimasti interessati a diffondere cultura. Ho notato, invece, una grandissima forza e passione da parte dei lavoratori dello spettacolo. Mi sarebbe piaciuto vedere istituzioni milanesi unire le forze, invece non mi sembra che questo sia avvenuto, a parte rare eccezioni».

Francesco Puppini: «Non bisogna darsi per vinti»
Età: 25 anni
Professione: regista, sceneggiatore, autore

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«Il 2020 è stato un anno impegnativo. Per fortuna le vittorie di alcuni premi per il mio cortometraggio Virginia mi hanno aiutato. Ho avuto modo di conoscere persone dell’industria cinematografica che mi hanno supportato; ma ho dovuto fare dei grossi sacrifici sul piano personale. Ho cercato di adattarmi facendo quello che so fare meglio: scrivere e riflettere sul periodo che stiamo vivendo».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Più che provare altre strade, ho dovuto ragionare su quello che potevo e non potevo fare. Anche semplicemente raccontare una storia adesso è completamente diverso rispetto a prima della pandemia. Ho deciso di ampliare le mie conoscenze e iscrivermi a un corso di drammaturgia. Non bisogna darsi per vinti».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«La vera difficoltà è stata dover ridurre al minimo le interazioni. La mia attività da sceneggiatore prosegue ma non vedo l’ora di tornare sul set e a dirigere. Però sto realizzando il mio prossimo progetto, il corto Tutti uccidono».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«L’annuncio del 27 marzo è stato liberatorio e in un certo senso simbolico, per dimostrare che la cultura viene considerata un’urgenza. Anche se per ora in Lombardia quel pensiero sembra di nuovo lontano, ci auguriamo che si possa presto tornare alla socialità».

Valeria Bonalume: «Ho rimescolato le carte»
Età: 39 anni
Professione: performer e pole dancer

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«L’anno scorso, poco prima del lockdown, avevo preso in affitto una casa-atelier in centro, in cui avrei svolto la mia attività da insegnante, messo in piedi mostre fotografiche e altri eventi artistici, e la pole dance avrebbe fatto da “raccoglitore”. Poi è successo il patatrac. Ma non mi faccio buttar giù. Noi artisti siamo abituati a situazioni di instabilità e di cambiamento».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Non ho mai smesso di pensare a cosa fare. Ho dovuto rimescolare tutte le carte. Una mia dote è la flessibilità, non solo nel fisico. Mi sto reinventando, ho continuato ad allenarmi tutti i giorni. Sto cercando di trovare qualcosa che mi dia la stessa spinta. Quello che farò sarà sempre legato al movimento, ma non più a un palco».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«Fermarsi è un trauma, ci si sente in colpa. Ma può essere un momento per comunicare tra artisti. Ad esempio sto realizzando un progetto video, attraverso la pole dance, dedicato alle donne».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«Stiamo vedendo teatri, cinema e palestre chiusi, mentre il resto va avanti. Certo, fa incavolare. Ma io non mi arrendo, la rabbia non porta da nessuna parte. Sono cose che nella vita succedono, non solo agli artisti. Cerco di pensare all’importanza della reazione, del movimento, del cambiamento».

Laura Anzani:«Che assenza d’ispirazione»
Età: 43 anni
Professione: attrice

Pandemia e lavoro: che anno hai vissuto?
«Il mio lavoro in teatro si è completamente fermato: nel 2020 avevo in programma diversi spettacoli che sono stati annullati. Fortunatamente i corsi di recitazione sono andati avanti e aver fatto qualche pubblicità mi ha permesso di non andare nel panico. Anche perché stava nascendo il mio terzo figlio e, non avendo una maternità garantita da un lavoro “normale”, non potevo permettermi di star ferma».

Hai dovuto rimetterti in gioco e tentare altre strade?
«Stare bloccata in casa mi ha spinta a cercare di “uscire” in altri modi: con Ettore Distasio ho fondato il Collettivo DistAnza. Sto collaborando a uno spettacolo scritto da Giovanna Mori e che avrà la regia di Distasio. Nel frattempo, per gestire le spese, lavoro saltuariamente in un negozio. Ho un passato da stylist: tornare tra i vestiti per un po’ è anche divertente».

Quali sono state le maggiori difficoltà?
«Da febbraio 2020 non abbiamo più stimoli: non possiamo andare al cinema, a teatro, i musei sono stati aperti a singhiozzo. Non possiamo incontrarci, viaggiare. Questa assenza di ispirazione mi pesa moltissimo, mi sento bloccata, spaesata e priva di energia artistica».

Come vedi l’arte e la cultura nella Milano di domani?
«La situazione culturale e artistica milanese è tristemente ferma, immobile e priva di solidarietà da parte delle grandi realtà verso quelle più piccole».

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