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25. 06. 2021 03:36

Palestina, una questione irrisolta: qualcosa sta cambiando? Quello che rimane delle manifestazioni milanesi

Resta complessa - da vivere e da raccontare - la questione israelo-palestinese, come testimoniano anche le recenti manifestazioni a Milano. Ma proprio da qui, complici le nuove generazioni, sembra aprirsi un fronte inedito

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L’articolo 1 del Testo unico dei doveri del giornalista, riprendendo il concetto di libertà di espressione sancito dalla nostra Costituzione, recita così: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica […] ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti».

L’esercizio della verità è un dovere inderogabile per chi fa della penna il proprio strumento di professione. Lo è anche su questioni spinose, sulle quali perfino la posizione di una semplice virgola potrebbe significare schierarsi da questa o dall’altra parte perdendo quell’orizzonte di oggettività che dovrebbe contraddistinguere il lavoro di un giornalista.

La narrazione della questione palestinese da oltre 70 anni crea fratture profonde nell’opinione pubblica, ma spesso e sovente il discorso si appiattisce sull’individuazione di chi sia il buono o il cattivo. Peggio le bombe di Hamas o i raid di Israele?

Palestina, tra “buoni” e “cattivi”

Lo scorso 10 maggio si è riacceso il conflitto tra Hamas e Israele. In risposta al lancio di missili del gruppo islamico che governa Gaza, l’esercito di Netanyahu ha risposto con una lunga serie di bombardamenti che hanno colpito ripetutamente i territori palestinesi fino alla tregua siglata il 21 maggio.

Sotto le macerie di Gaza sono state ritrovate all’incirca 230 vittime, di cui 65 bambini, 39 donne e 17 anziani. Il conflitto, come consueto, ha mostrato il suo lato più atroce, ovvero la morte degli innocenti. A questo si aggiunge un altro aspetto altrettanto cruento: la negazione del futuro.

Un orizzonte che manca per i palestinesi, costretti a rivendicare un diritto fondamentale, quello di esistere ed avere le garanzie di qualunque altro cittadino libero. Allo stesso tempo anche Israele è incapace di guardare avanti rimanendo ancorato a quel retaggio culturale che si chiama sionismo, ultimo scampolo di colonialismo sopravvissuto alla storia. Un sistema che non può altro che perpetuarsi mostrando i muscoli delle armi e soffocando ogni speranza di coesistenza pacifica, qualità che non può mancare ad uno stato che voglia definirsi democratico.

Dall’altra parte del vetro, infine, ci siamo noi europei con l’obbligo di prenderci la nostra parte di colpe. Ne abbiamo quando ci limitiamo ad accomunare Hamas ai palestinesi e quando parliamo della legittimità di uno stato di difendere i propri confini con le armi.

Rimaniamo ancorati in qualche modo al nostro passato: forse ancora oggi il senso di colpa per la tragedia della Shoah ci impedisce di guardare la questione palestinese con le lenti del presente. In fondo la storia dovrebbe insegnare, aprire le nostre visioni e non chiuderle nell’indifferenza.

In piazza a Milano c’è chi ancora crede nel futuro: uno scontro generazionale

Lo scorso 13 maggio in piazza del Duomo si sono ritrovati all’incirca 5.000 giovani per chiedere la fine dei bombardamenti su Gaza iniziati pochi giorni prima. Nonostante i media non abbiano dato particolare risalto all’evento, la mobilitazione milanese porta con sé interessanti elementi di riflessione.

La stragrande maggioranza dei partecipanti erano palestinesi di seconda generazione nati e cresciuti in Italia: un segno di come la rivendicazione dei diritti civili, in questo caso declinati alla condizione degli abitanti di Gaza e dei Territori occupati, sia una tematica particolarmente sentita dai Millenials e da quella che viene definita Generazione Z.

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Agenzia Fotogramma

Orizzonti. La risoluzione del conflitto israelo-palestinese diventa per certi versi una vera e propria questione generazionale. La piazza milanese non ha visto sola la partecipazione di giovani arabi, ma anche di giovani ebrei che si sono fatti promotori della campagna social #NotInOurNames.

Per la prima volta membri della comunità ebraica hanno affermato di non sentirsi rappresentati dalle politiche d’Israele e di non voler entrare nella “diaspora dei giochi di potere” di Netanyahu, Hamas e Abu Mazen. Chiedono la creazione di spazi di solidarietà per mettere fine ad un sistema di diseguaglianze ed ingiustizie.

Sempre a Milano si è potuto notare un ulteriore elemento di novità: qualche giorno fa è andato in scena un nuovo presidio in cui le istanze dei giovani arabi si sono mescolate a quelle del movimento Black Lives Matter e alla rivendicazione dei diritti di genere. È innegabile che qualcosa stia cambiando e che le nuove generazioni multiculturali possano diventare i volani del cambiamento.

A scuola di libertà con Gaza FREEstyle: «Bella la presa di posizione dei giovani»

Tra gli organizzatori delle diverse manifestazioni pro Palestina che hanno caratterizzato le ultime settimane c’è Gaza FREEstyle, un’organizzazione non profit che fa parte dell’Associazione di Mutuo Soccorso di Milano.

In collaborazione con l’Istituto di scambio culturale “Vittorio Arrigoni”, realizza da alcuni anni progetti direttamente nei territori della striscia di Gaza insegnando ai giovani gazawi discipline di strada come forma di espressione e libertà. Per sostenere il Gaza FREEstyle nelle loro missioni umanitarie in Palestina è possibile fare una donazione a https://www.produzionidalbasso.com/project/s-o-s-gaza/.

Gli attivisti R. e V. hanno raccontato a Mi-Tomorrow il senso della loro missione e le speranze riposte nelle ultime mobilitazioni.

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Credits GFF

Come nasce Gaza FREEstyle?

V: «Il progetto nasce qui a Milano dopo i bombardamenti su Gaza del 2014. Con il tempo abbiamo poi coinvolto nelle nostre carovane partecipanti da altre città d’Italia, come Roma e Napoli. Cerchiamo di portare all’interno della striscia la street cultural insegnando il concetto di libertà attraverso alcune discipline di strada».
R: «Realizziamo progetti legati allo skateboarding, al calcio, al circo e all’arte. Da quando è partito il Gaza FREEstyle abbiamo realizzato anche alcuni skate park per i ragazzi gazawi».

Com’è una giornata tipo a Gaza?
V: «Spesso capita di svegliarsi con il rumore di qualche bomba sonora lanciata per intimidire. Detto ciò, nel nostro caso è una giornata fatta di lavoro, anche duro, per portare a termine i nostri progetti. Il tutto però è ricambiato dal valore dello scambio culturale che si crea con i ragazzi gazawi. Hanno voglia di fare tutte queste attività per loro nuove e ti ricambiano con Abibi (amore in arabo, ndr)».

Spesso i palestinesi vengono identificati con Hamas. È così?
V: «Non c’è nulla di più lontano da tutto ciò. I palestinesi vivono Hamas come un’oppressione. È da 15 anni che non permette elezioni libere e questo certamente non piace ai palestinesi che prima della sua ascesa erano abituati a vivere in uno stato laico».
R: «Le donne, poi, vivono una doppia occupazione. Da un lato quella di Israele che impedisce loro di viaggiare e studiare. Dall’altra c’è quella di Hamas, che possiamo definire come un’occupazione dei loro corpi, con tutti i limiti all’emancipazione che può stabilire un gruppo fondamentalista».

Come sono andate le manifestazioni di Milano?
R: «Nonostante i media non ne abbiano quasi parlato, c’è stata tantissima partecipazione. Era forse dai tempi di Arafat che non si vedeva così tanta gente in piazza per la Palestina. Moltissimi partecipanti inoltre erano giovani arabi e palestinesi di seconda generazione. È stato bello vedere anche una presa di posizione da parte dei giovani ebrei».

Quindi anche l’opinione pubblica sulla questione palestinese sta cambiando?
V: «Quello che abbiamo visto in piazza è un segnale positivo. Grazie ai social arrivano dai territori maggiori informazioni su ciò che accade a Gaza, ma dire che l’opinione pubblica stia mutando il suo pensiero è azzardato. Purtroppo, fino a quando l’informazione mainstream continuerà a fare una narrazione pro Israele, difficilmente le cose cambieranno».

Cinque domande a Rudyana Abunada, palestinese a Milano: «La nostra resistenza è ricostruire»

«Quando un palestinese si presenta, ti dice prima il nome della città in cui è nato e poi quello in cui vive». Esordisce così Rudyana Abunada, ragazza palestinese di 31 anni in Italia da tempo. A Milano per studio, attualmente lavora in un’azienda come impiegata nel settore export. Dalle sue parole emerge tutta la voglia di riappropriarsi di un’identità prima perduta e poi negata.

Se dovessi raccontarmi un episodio della tua vita a Gaza?
«Quando andavo alle medie, frequentavo una scuola americana a Gaza. Spesso i carrarmati israeliani arrivavano davanti al nostro istituto con la scusa di controllare o intimidire. Ricordo i periodi dei bombardamenti: le insegnanti ci facevano sedere nel corridoio e mettevano la musica a tutto volume per tenerci nascosto quello che stava accadendo là fuori».

Una delle accuse rivolte ai palestinesi durante il conflitto è quella di antisemitismo.
«È un’accusa assurda. Essendo araba, sono anch’io semita. E poi in Palestina hanno convissuto pacificamente nei secoli tantissimi popoli, anche di religioni diverse. Alla fine della Seconda guerra mondiale moltissimi degli ex deportati dai campi di sterminio arrivarono in Palestina su grandi navi. I miei nonni furono tra quelli che li accolsero e diedero ospitalità e aiuto. Proprio a coloro che qualche anno più tardi li cacciarono da quelle terre».

Il sogno di un palestinese è cacciare via Israele dal Medio Oriente?
«No, chiediamo semplicemente che ci vengano riconosciuti i nostri diritti di cittadini palestinesi. Molti dicono: “In fondo siete arabi, perché non vi spostate in Giordania?”. È un po’ come se dicessero ad un italiano di andare a vivere in Francia perché in fondo è un europeo. Noi siamo testardi, un po’ come i sardi. Continuiamo a restare a Gaza e a ricostruire: è la nostra forma di resistenza».

Hai partecipato alle ultime manifestazioni?
«Sì, ho avuto una sensazione positiva. C’era tanta gente e più consapevolezza. Grazie anche ai social media arrivano video e foto di quello che succede a Gaza. E così anche per gli europei e più facile immedesimarsi nel dolore dei palestinesi».

A livello d’informazione, pensi che qualcosa stia cambiando?
«La strada è ancora lunga, ma qualche segnale già si vede. Il New York Times ha pubblicato per la prima volta in copertina le immagini dei bombardamenti. A Livorno alcuni operai si sono rifiutati di caricare i container contenenti anche armi sulle navi dirette in Israele. Lo stesso è successo nel Regno Unito e in Irlanda. Ripeto, sono positiva come non lo ero mai stata prima d’ora».

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