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Milano
02. 12. 2020 16:40

«La catena degli abusi va spezzata per amore. Quello verso se stesse»

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Questa è la storia di Jole Milanesi, che da bambina sognava di fare l’avvocato dei poveri. Diventa magistrato e il sogno si realizza: dal Penale al Civile, in quarant’anni Jole ha conosciuto tutte le sezioni del Tribunale.

Il suo lavoro di giudice tutelare, ancora oggi, resta la parte più radicata nei suoi ricordi. Si tratta di una figura fondamentale per la tutela di minori e anziani. E che, a Milano, viene ricoperta un pugno di giudici. Quando Jole raggiunge il suo obiettivo professionale, le donne magistrato sono una piccola minoranza: oggi ricoprono più della metà dei ruoli.

La figura del giudice è da sempre sotto i riflettori: applicare la legge non sempre significa riuscire ad assegnare la giusta più equa. Ma spesso «sono le leggi che andrebbero riviste, non il lavoro dei magistrati». Le cronache traboccano di storie di abusi e violenze contro le donne, che nei casi peggiori finiscono in tragedia.

Si tratta di morti annunciate, con un iter risolutivo unico: quasi sempre si conosce già il colpevole, anche se una confessione potrebbe pure non arrivare mai.

Le chiedo se davvero sono in aumento i femminicidi o se semplicemente se ne parli di più: «Sono vere entrambe le cose. Le donne corrono il pericolo maggiore dentro le mura domestiche e non uscendo di casa con una minigonna. Non è la donna forte, sicura di sé ed indipendente quella che diventa preda. Ho visto donne maltrattate chiedere gli arresti domiciliari per il marito violento perché mancava ai figli. Ma rompere la catena si può e si deve. Per amore. L’amore verso se stesse».

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