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Spesso ci si domanda perché, nonostante i risultati raggiunti siano sotto gli occhi di tutti, Milano non riesca a trascinare il resto d’Italia, a spingerlo oltre i suoi limiti, a esserne guida politica, morale, culturale. Tanti passi avanti sono stati fatti: siamo meno bauscia rispetto a tempi passati e abbiamo imparato quell’arte incredibilmente necessaria che è l’autoironia.

Giochiamo di più con i nostri difetti e siamo oggettivamente più simpatici di qualche anno fa. Abbiamo imparato a riconoscere e a costruire bellezza, non siamo più la grigia città delle fabbriche, degli affari, frenetica, incapace di fermarsi a contemplare. Lo dimostrano i nuovi quartieri costruiti con un senso estetico superiore a epoche che furono; lo evidenzia la capacità con cui si sono riqualificate anche zone storiche (vi ricordate gli orrendi cartelloni pubblicitari luminosi in piazza Duomo?).

Sappiamo valorizzare meglio i nostri tesori artistici e culturali. Siamo più accoglienti e si diventa milanesi più facilmente, senza bisogno di quelle prove civiche che il passato in modo impercettibile ma inesorabile esigeva. Siamo anche più attenti e coinvolti nei confronti delle sorti dell’Italia, vorremmo davvero fare qualcosa per essere utili, per trainare quelle parti del nostro paese che sono rimaste ancora indietro.

Eppure questo ruolo di leadership nazionale, che talvolta pensiamo (in questo senso in modo forse un po’ troppo supponente) di avere per investitura necessaria, non ci viene riconosciuto. Forse perché alla nostra visione del mondo manca un po’ di poesia. Pensiamo di averla, ma in realtà ci manca come l’aria. Poesia nel senso di visione, di sguardo, di slancio anche un po’ idealista.

Siamo fieri delle nostre soluzioni razionali, della nostra creatività che nessuno mette in discussione. Ma la scintilla poetica, necessaria per dare vita a una stella, quella ancora non si vede.


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