Monopattini, uno status che attende le sue regole

monopattini
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I monopattini sono i re indiscussi (ma anche discussi) del 2019. A Milano è diventato, pur nelle difficoltà, un vero status symbol. Intergenerazionale, interclassista, nella teoria ecologico, agile, persino divertente. Di ogni foggia e tipo, di design, cromato.

 

Stiamo parlando di lui, dell’oggetto del desiderio di molti che ancora però non riescono a vincere un doveroso pudore. E che talvolta sfocia in salutare vergogna. Ormai è normalità vedere signori distinti, in giacca e cravatta, con la valigetta e le scarpe eleganti sfrecciare con il monopattino. Oppure personaggi decisamente attempati che però preferiscono usarlo sfoggiando jeans e sneakers per inseguire quella gioventù che non hanno più.

Giovani professionisti, donne in tailleur che non rinunciano a quell’esigenza di avere qualcosa di sbarazzino. Poi ci sono anche ragazzi e bambini, che sarebbero i più naturali depositari dell’arte del monopattino. Quelli più pericolosi – e che sono un controsenso rispetto all’ontologia più profonda del mezzo – sono i monopattini elettrici. Perché sono veloci e dannatamente silenziosi e ti costringono ad avere mille occhi, ad essere guardingo come se percorressi le linee nemiche durante una battaglia, perché ti sbucano all’improvviso, da dietro, da davanti, di lato.

La loro pericolosità è decisamente sottovalutata da molti, finché non ti sfrecciano di fianco toccandoti il braccio quel tanto che basta per farti cadere il caffè che avevi appena preso da Starbucks sentendoti molto newyorkese. Diciamolo, se monopattino deve essere almeno sia quello originale, spinto solo dalla bieca forza motrice umana. Poi ci sono anche fattorini sottopagati o semplicemente chi lo usa davvero per necessità: loro non hanno il tempo di interrogarsi sulle mode del momento. E forse sono quelli che odiano di più un mezzo che attende ancora una regolamentazione chiara ed intransigente.


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