Quello degli archivi scolastici è un settore ancora inesplorato e vergine. Tra gli istituti milanesi che ne stanno riscoprendo la storia, la Stoppani e la Rinnovata Pizzigoni: scopriamo con Yuri Benaglio i progetti di recupero, il cui obiettivo a lunga data è la diffusione e la fruizione per la città

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Rinnovata Pizzigoni

«Quanto materiale sul nostro metodo»

«L’Opera Pizzigoni, con presidentessa Franca Zuccoli – racconta Gabriele Locatelli, responsabile del progetto per il recupero dell’archivio Rinnovata –, non è un archivio scolastico ma è l’archivio storico dell’ente che dal 1927 vigila sull’applicazione del metodo omonimo. Archivio giudicato di interesse storico e patrimonio culturale nazionale in base al dl 42 del 2004».

Che cosa è emerso?

«Tutto ciò che è relativo al metodo. Quindi bozze, scritti, lettere e registri dei visitatori: la scuola, prima di diventare Opera, aveva un ufficio di propaganda e tutti erano invitati a firmare la propria presenza. Tra coloro che firmarono segnalo Margherita Sarfatti e Ada Negri».

Una chicca?

«Nel novembre 1918 la Croce Rossa Americana aprì a Affori un convitto per orfani gracili di guerra. Consulente per la parte didattica fu proprio Giuseppina Pizzigoni: i suoi programmi per questi bambini sono nell’archivio».

Chi era Giuseppina Pizzigoni?

«Una donna straordinaria, capace di precorrere i tempi come poche: si recava fisicamente alle porte di tutti i potenziali investitori per poter portare avanti un metodo pedagogico ardito, innovatore e non economico: chissà quante porte le sono state chiuse in faccia».

Il modello della Rinnovata Pizzigoni è replicabile?

«Diciamo che, alla luce delle varie esperienze avvenute nel corso dei decenni in tutta Italia, sono in corso di valutazione altre sperimentazioni da aprire ancora a Milano a partire dal prossimo anno scolastico con la supervisione dell’USR, l’Ufficio Scolastico Regionale».

Torniamo all’archivio. A che punto siamo?

«Agli inizi: abbiamo avviato il tutto circa un mese e mezzo fa. Sono attualmente in corso il riordino e la schedatura di tutto il materiale».

Da cosa è nato tutto il progetto e a chi è giusto dare i meriti?

«La schedatura è partita grazie a un finanziamento della Regione Lombardia in base alla legge numero 25 del 2016. Poi noi della CAeB, la Cooperativa Archivistica e Bibliotecaria, molto attiva in Nord Italia, stiamo facendo tutto e lavorando con grande impegno al riordino».

Parola d’ordine condivisione?

«Certo, il supporto di tutti sarà prezioso. Puntiamo molto sugli ex alunni e sugli appassionati di storia della città, di didattica e di storia del quartiere Mac Mahon. Abbiamo un’aggiornata pagina Facebook (@archiviopizzigoni, ndr): seguiteci».

Riscontri?

«Speravamo di arrivare a mille entro maggio 2019, siamo già a quasi il doppio. Quindi sì, direi riscontri assolutamente positivi e tanta curiosità attorno a questo progetto».

Tempistiche?

«Consegna in primavera del lavoro cartaceo a Regione Lombardia, quanto alle foto (con annessa scansione e catalogazione) dovremo aspettare il finanziamento del Ministero e in questo caso i tempi sono più lunghi: direi fine 2019. Poi metteremo tutto online».

Altre iniziative in programma?

«Una collaborazione con l’associazione Quaderni Aperti, che raccoglie quaderni di tutte le epoche e di tutte le tipologie. Il 5 dicembre saremo al Trotter per un convegno sugli archivi scolastici. Abbiamo contatti avanzati anche con la rete di Milano Attraverso».

Come nacque l’istituto

A poca distanza da quel Ponte della Ghisolfa di testoriana memoria sorge in via Castellino da Castello un nucleo di edifici di mattoni rossi del 1927 (ma il primo nucleo nasce nel 1911) dove ha sede una delle più sorprendenti scuole elementari di Milano: la Rinnovata. La Milano industriosa e cosmopolita, colta e accogliente, culla del futurismo e ancora vicina agli influssi culturali viennesi, benedice il metodo di Giuseppina Pizzigoni già a inizio Novecento. Un metodo basato sull’osservazione del vero, sull’esperienza diretta con la natura e sulla globalità psicofisica del ragazzo/a: un metodo unico che resiste ancora oggi.

Archivio Stoppani

«Registri e censimenti centenari»

«Ho scritto il progetto di schedatura, ma coordino un team composto da altre due archiviste come Enrica Panzeri e Nadia Carrisi – sottolinea Roberta Madoi, responsabile del progetto per il recupero dell’archivio Stoppani –. Il tutto è nato in co-finanziamento tra l’Associazione Scuola Stoppani e la Regione Lombardia. La Stoppani ha usufruito per prima tra le scuole di Milano di un contributo regionale della Direzione Generale Culture, che ogni anno fa un bando per sostenere progetti di valorizzazione culturale in diverse direzioni: una è dedicata agli archivi».

Poi come è proseguito il tutto?

«C’è stato un rinnovo per gli anni 2016 e 2017 del contributo regionale e del contributo dell’associazione. Insomma, anno per anno sono state ricavate fette di contributo per portare avanti parte del progetto».

Cosa include questo archivio?

«Di tutto e di più: i documenti più antichi risalgono al 1919. Registri, circolari, relazioni, materiali didattici, corrispondenza, prospetti statistici, censimenti, resoconti delle spese, descrizione degli interventi di manutenzione, fascicoli personali degli insegnanti e tanto altro. Dall’archivio emerge tutto, compresa la fascistizzazione della scuola e la successiva ripresa secondo una didattica più libera e aperta».

Un patrimonio davvero variegato.

«Certo. Innumerevoli sono gli spunti conoscitivi di ricerca, che consentono oggi di far luce anche sulle storie di chi questa scuola l’ha frequentata. Bambini e insegnanti, ma anche medici, infermieri, bidelli, personale di servizio, referenti amministrativi delle istituzioni comunali e statali, fino alle famiglie stesse dei ragazzi. Grazie a questo archivio è possibile ricostruire un po’ di storia sociale del costume di Milano».

Adesso, invece, a che punto siete?

«La Regione, dopo tre anni, non ha rinnovato il contributo e ci siamo dunque fermati. Manca un decennio, perché considerando che gli archivi storici non sono pubblici per quarant’anni, ci fermeremo al 1978. Abbiamo bisogno di un’altra spintarella, diciamo…».

Come avete intenzione di fare?

«Abbiamo aperto una raccolta fondi: per chi volesse aiutarci è sufficiente scrivere all’indirizzo tesoriere@associazionescuolastoppani.com. E aspettiamo anche uno sponsor per completare la schedatura. Inoltre bisogna calcolare che l’archivio è stato riscoperto in una cantina e che la scuola metterà a disposizione un locale, ma servono anche degli scaffali e un minimo di sostegno logistico per rendere poi l’archivio effettivamente consultabile».

Qual è il ruolo del Municipio 3 in questa vicenda?

«Ci siamo rivolti a loro e posso dire che ci hanno sempre appoggiati, dimostrando solidarietà. Inoltre sostiene alcuni laboratori in partenza tra pochi giorni, per cui ha stampato le brochure. Ma i fondi sono quelli che sono».

Di quali laboratori si sta parlando?

«Martedì 13 novembre inizia presso la scuola un laboratorio con partecipazione libera in quattro incontri (martedì 20, martedì 27 e l’11 dicembre, ndr) per rivivere i momenti quotidiani e le emozioni della vita scolastica raccontati dai registri scolastici. Inizia così la presentazione alla città dell’archivio».

Come nacque l’istituto

Nel 1902 fu inaugurata la scuola elementare Stoppani con la prima sezione maschile, seguita tre anni dopo dall’analoga sezione femminile. La via su cui si affaccia era appena stata tracciata e intitolata a Antonio Stoppani, il grande scienziato e letterato che pochi decenni prima aveva fondato e poi diretto il vicino Museo Civico di Storia Naturale. Negli stessi anni, subito oltre i Bastioni di Porta Venezia, tutta la zona circostante (fino a allora occupata da campi agricoli attraversati da rogge) si stava trasformando rapidamente con la creazione di nuove vie e isolati. La Stoppani accolse sin da subito i bambini di tutte queste nuove famiglie.

BREVE CRONISTORIA

1902

nasce la Stoppani

1911

nasce la Rinnovata

1919

l’anno a cui risalgono i documenti più antichi dell’archivio Stoppani

1947

l’anno in cui Giuseppina Pizzigoni muore in povertà