istituto montini

Non è vero che a Milano regna ovunque il business, il profitto forsennato, la legge dei danè: esiste una scuola privata dove si chiede alle famiglie solo ciò che si sentono di dare: è il caso dell’Istituto Montini, rimasto fedele alla sua ispirazione originaria che conta pochi eguali in città. Il rettore don Paolo Zago illustra a Mi-Tomorrow come funziona l’istituto.

Come è stata presa la decisione della retta libera?
«Negli anni ’70, quando siamo nati, esisteva la percezione che la scuola privata fosse riservata ai ricchi. Noi non volevamo fare una scuola per i ricchi e abbiano stabilito la libera contribuzione secondo coscienza che significa questo: do quello che posso non quello che voglio».

E’ possibile instaurare con le famiglie un rapporto basata su questo principio?
«Presuppone l’onestà della persone. Vede, noi non chiediamo mai l’Isee, pensiamo che il rapporto debba essere fondato sulla fiducia reciproca, spieghiamo qual è il costo della scuola per uno studente, poi lasciamo alle famiglie decidere cosa fare».

C’è qualcuno che ha approfittato della libera contribuzione secondo coscienza?
«Certo, è successo».

Come vi siete comportati?
«Abbiamo cercato di farli ragionare, ad ogni modo devo dire che sono stati pochi casi, la maggioranza delle famiglie sono oneste, con loro c’è un rapporto di fiducia non formale, si accorgono che c’è una cura nei confronti dei loro figli».

Con questa impostazione i problemi non mancano…
«Ci sono sempre».

Come li risolvete?
«Sperimentiamo la Provvidenza, ci arrivano contributi, offerte, donazioni con le quali chiudiamo in pareggio».

State sempre sul crinale?
«Dal punto di vista economico è così».

Quanto costa uno studente?
«Sono 4.500 euro l’anno, noi riceviamo in media 2.500-3.000 mila».

Come fate per la parte che manca?
«Facciamo iniziative, attività di volontariato, inoltre ci sono anche famiglie che danno contributi straordinari».

Avete mai rischiato di chiudere?
«Quattro anni fa, a Natale, per chiudere il bilancio in pareggio, com’è d’obbligo per le cooperative come la nostra, abbiamo mandato una lettera alle famiglie chiedendo un aiuto, così abbiamo coperto metà del fabbisogno mentre per l’altra metà è venuto fuori un vecchio contributo imprevisto».

Com’è organizzata la scuola?
«Il consiglio d’amministrazione è composto da genitori attuali ed ex: il rapporto con le famiglie è importante, se ci sono difficoltà ci rivolgiamo a loro perché il 60% della resa di un ragazzo dipende dalle dinamiche affettive per cui un’alleanza educativa è fondamentale per affrontare la fase della crescita».

Siete una scuola “povera” ma avete la sede in corso di Porta Romana: come lo spiega?
«Quando siamo nati eravamo al Gratosoglio, poi abbiamo individuato questa soluzione in centro: non è l’ideale, ma è quello che abbiamo trovato. Comunque le maggiori utenze sono sempre dalla periferia, gli studenti residenti in centro sono pochi».

Volete essere anche una scuola di qualità: come ci riuscite?
«Questa era la sfida del fondatore don Carlo Calori: creare una scuola popolare e di qualità. Noi ci impegnamo nella cura e sostegno di ogni singolo ragazzo, li aiutiamo a raggiungere un’eccellenza, per questo motivo ci criticano dicendo che li coccoliamo troppo, forse è vero, noi vogliamo accompagnarli».

Come vi comportate con i ragazzi in difficoltà?
«Premesso che non facciamo selezioni d’ingresso, come si fa in altre scuole, poi cerchiamo di ragionare, di vedere ciò che è più giusto per lo studente: in qualche caso c’è un riorientamento, se vediamo che il ragazzo non è portato con materie come il greco proviamo a proporgli altre scuole».

Il Montini sembra fondato sull’utopia.
«Si può considerare così se si pensa che l’utopia può essere realizzata».

I ragazzi vi seguono su questa strada?
«D’estate proponiamo loro esperienze di volontariato, siamo stati allo Zen di Palermo, a Chiavenna con i disabili, al cammino di Santiago di Compostela: su 220-230 iscritti partecipano in 70-80».

Anche i docenti abbracciano lo spirito del Montini?
«Il 30% sono ex studenti, è gente che ci ha già scelto».

Altrove guadagnerebbero di più?
«Sicuramente».


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