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20. 01. 2022 23:31

A tu per tu con il neo assessore Tommaso Sacchi: «Una nuova cultura diffusa per una nuova Milano»

Il neo assessore alla Cultura Tommaso Sacchi presenta il suo mandato: «Torno in città per nuove sfide»

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A margine della conferenza stampa della quinta edizione della Milano Music Week (in programma dal 22 al 28 novembre) l’assessore alla Cultura di Milano Tommaso Sacchi racconta a Mi-Tomorrow il futuro del suo mandato milanese – insediato lo scorso 13 ottobre – dopo aver lasciato il ruolo di assessore a Cultura, moda, design e relazioni internazionali nella giunta fiorentina.

Tommaso Sacchi: «Milano realtà unica in Italia e nel mondo»

Assessore, che bilancio può dare al suo primo mese di insediamento?
«Si sta chiudendo un mese di grande intensità, ho avuto modo di incontrare molte reti cittadine della cultura partendo dall’ascolto, un aspetto fondamentale per iniziare a segnare una mappatura completa delle tante intelligenze culturali presenti sul territorio. Ho voluto farlo per imparare a conoscere nuovamente una città che avevo lasciato, ma solo temporaneamente».

Il suo, infatti, è un ritorno.
«Dopo sette anni ho ritrovato una città cambiata, più vivace, grazie anche al fatto che i progetti solidi impostati in precedenza – in parte dalla mia precedente esperienza come collaboratore – sono cresciuti molto in questi anni. Sono tornato nella mia Milano, questo mi riempie di orgoglio e di impegno, perché torno qui per nuove sfide».

Che mandato sarà?
«Intenso. Saranno cinque anni utili per consolidare le stesse esperienze importanti che hanno segnato la storia milanese degli ultimi decenni. Sarà un mandato – il secondo per il Sindaco – con una giunta nuova che ha enorme grinta e voglia di contribuire alla vita della città del prossimo quinquennio».

E i primi incarichi?
«Al di là dell’ascolto, stiamo lavorando ad alcuni dossier molto importanti come quello riguardante la Cittadella della Scala in Rubattino insieme al Sindaco, al Presidente di Fondazione Teatro alla Scala e all’assessore Tancredi, impegnato negli aspetti di rigenerazione urbana. Poi la prossima settimana inauguriamo Bookcity, un motivo di grande orgoglio».

Quale impressione ha conservato della città?
«Milano ha un doppio registro eccellente che la rende una realtà unica in Italia e nel mondo, due registri complementari che vedono da un lato le grandi infrastrutture, che dovremmo creare per accogliere le nuove istituzioni culturali del futuro, e dall’altro la cultura indipendente, sempre più presente nel tessuto cittadino, ormai colmo di associazionismo e mondo cooperativo».

Come vede il suo futuro?
«Milano è una città che merita che questo mondo di cultura indipendente diffusa sia fatta emergere a dovere, per questo ci occuperemo di progetti che riguardano anche le zone meno centrali, la cosiddetta periferia. Ci concentreremo su progetti di cultura diffusa, che rimarrà il codice genetico di questa città già abituata, sin dagli anni Ottanta, ad essere artefice di una serie di arterie che partono dai grandi complessi fieristici, come è successo per il Salone ed il Fuorisalone».

Una cultura diffusa che accomuna anche la Music Week.
«Milano deve ripartire da settimane come questa, deve ripartire dalla cultura, perché il suo è un rapporto connaturato nel tempo: molti mondi dell’industria milanese sono di natura creativa, dal mobile fino al design, passando per moda e musica, naturalmente».

I prossimi impegni?
«Oggi incontrerò i rappresentanti del live clubbing milanese per dare un segnale, non solo di attenzione, ma di ascolto e condivisione delle politiche da attuare. Il club è un pezzo di storia di Milano, qui sono emersi e nati i grandi talenti che poi hanno viaggiato nei festival di tutta Europa e di tutto il mondo, ed è importante prestare attenzione, oggi, ad un mondo sommerso da questa crisi pandemica da quasi due anni».

A proposito di musica, quale genere è solito ascoltare?
«Ho tre grandi passioni: il brit-rock britannico che ha fatto la storia della musica, sono un beatlesiano, ma non disprezzo anche i Rolling Stone e mi ha fatto molto piacere vedere Mick Jagger battezzare in un palcoscenico internazionale i nostri Maneskin; ho un debole anche per il cantautorato italiano, che molto spesso sceglie Milano per viverci, come ad esempio Diodato, Dente o i Selton; infine apprezzo anche la nuova frontiera musicale legata ad hip-hop, trap e rap, e tutto quello che circonda questa bella forma musicale espressiva legata anche alla dimensione dei quartieri della città».

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