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17. 05. 2022 04:01

J-Ax: “Ho visto la morte da vicino; da bullizzato a iena, oggi sono un buono”

"Da ex ragazzino bullizzato mi ero trasformato in una iena e lo sono stato fino a che non ho trovato una serenità familiare e lavorativa"

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Il rapper milanese Alessandro Aleotti, in arte J-Ax, ha ammesso di aver riscoperto la fede quando ha dovuto superare il covid nei mesi scorsi. È lo stesso J-Ax a spiegare, nell’intervista concessa al Corriere della Sera, quello che ha provato: «Ero un cristiano come lo sono molti in Italia, non praticante – ammette – ma ho avuto un’educazione cattolica piuttosto rigida, ho fatto tutti i sacramenti, mi sono sposato in chiesa. Quindi no, non ho quel rifiuto a priori che tanti si aspetterebbero da me».

J-Ax, l’esperienza del covid che l’ha cambiato profondamente 

Aver vissuto in prima persona il covid l’ha cambiato molto: «Qualsiasi uomo, anche il più ateo, quando vede la morte da vicino si appella a qualcosa di superiore: può essere Dio o ogni altra entità a cui ti aggrappi – ricorda – quando ho avuto il Covid, lo scorso aprile, ero terrorizzato. Avevo mal di ossa, ma era un mal di ossa mai provato prima, mal di stomaco, ma un mal di stomaco mai provato prima, lo stesso con il mal di testa. Era qualcosa di esageratamente più forte rispetto a come siamo abituati: la sensazione è che il tuo sistema immunitario stia fronteggiando qualcosa a cui non era abituato. Lo avverti proprio». E lì J-Ax si è trovato a pregare: «Sì, ti scopri a recitare quelle preghiere che ti avevano insegnato da bambino. Per dieci giorni sono stato veramente male, non dormivo la notte e la preghiera era che tutto non arrivasse ai polmoni. Mia moglie non riusciva più a mangiare: non lo ha fatto per quattro giorni. Lei non riusciva ad alzarsi dal letto e io giocavo con mio figlio, che ha quattro anni. Il mio pensiero era: e se io peggioro, lui con chi va? Chi lo tiene? Come si fa?».

Il dopo covid e le minacce dei novax 

Aver superato il covid ha portato gioie e dolori: «Avercela fatta ad affrontare una situazione così, psicologicamente, dà un po’ di autostima – ricorda ancora – oltre alla botta di fortuna per esserne usciti hai la sensazione di essere riuscito a gestire qualcosa di grosso. Sono sicuro che il Covid è la sfida epocale della nostra generazione. Averlo superato mi ha portato a schierarmi anche per un mondo meno egoista, rafforzando la mia propaganda sui vaccini che mi ha portato molti hater no-vax e minacce, anche di morte. Una volta ti mandavano dei proiettili, adesso foto di proiettili. Ma sono sempre profili anonimi, non ci mettono mai il nome. Viene confuso il vaccino con l’antidoto, anche, ma alla fine sono tutte scuse che la gente si trova perché ha paura. Il vaccino? Ho avuto il pensiero ma non ho mai avuto il dubbio, non vedevo l’ora di vaccinarmi e anche adesso tengo sotto controllo i miei anticorpi per essere sicuro di essere protetto. C’è chi dice che mi sono imborghesito: senza nulla togliere alla classe operaia da cui provengo, nel caso la mia è stata una crescita che mi sono guadagnato, anche studiando, approfondendo. Probabilmente il fatto è che negli anni Novanta, quando era di moda essere alternativi, noi eravamo populisti, mentre adesso che è mainstream essere populista, mi ritrovo ad essere alternativo».

Da ex ragazzino bullizzato a persona buona

L’intervista prosegue parlando della sua infanzia e di quando era bullizzato a scuola: «Da giovane ero molto arrabbiato, risentito. Da ex ragazzino bullizzato mi ero trasformato in una iena e lo sono stato fino a che non ho trovato una serenità familiare e lavorativa. Sapere che se anche dovessi bucare tutti i miei dischi, da qui in avanti, non dovrò comunque cercarmi un lavoro mi rende più riflessivo e mi fa vivere più positivo. Che ragazzo ero? Con difficoltà a relazionarmi, preso di mira perché mi consideravano uno sfigato: ero magro e non mi piaceva il calcio. A parte le botte a scuola, in quella Milano a metà tra il libro “Cuore” e Garrone, avevo un risentimento per tutti gli amori non contraccambiati: mi avevano portato a provare una certa misoginia che poi rimane, finché capisci che è solo colpa tua. E a casa non dicevo niente, rifiutavo il dialogo, un classico. Non volevo ammettere di avere un problema».

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