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29. 05. 2024 14:15

KeChic, sartoria sociale lancia “Adotta un sarto”. Zenoni: «Mettiamo insieme pezzi di stoffa e culture diverse»

Il negozio di Cheikh Diattara e Valeria Zanoni che all’Isola dà da lavorare a un melting pot di persone, lancia un crowdfunding per il nuovo progetto di upcycling: «Mettersi nei panni l’uno dell’altro è il nostro messaggio»

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I protagonisti di questa storia sono il sarto senegalese Cheikh Diattara e la pr italiana Valeria Zanoni, fondatori della sartoria sociale KeChic, in zona Isola, dove lavorano persone di nazionalità diversa che condividono know how e tradizioni differenti. L’anno scorso c’era stata la campagna di crowdfunding “Adotta un sarto”, lanciata su Produzioni dal Basso, con la quale erano riusciti ad assumere Keita, un rifugiato politico del Mali. Ora l’obiettivo del nuovo crowdfunding è lanciare un progetto di upcycling che permetta di donare nuova vita a prodotti usati e creare una nuova linea dal nome “ReChic”.

KeChic, Valeria Zanoni: «L’estate scorsa abbiamo fatto magliette di cotone bianche e nere: su una è cucita la sagoma del Duomo di Milano, sull’altra quella della Moschea di Touba. Tutti gli africani volevano la maglietta con il Duomo e gli italiani quella con la moschea»

Cheikh, oltre a essere un abile sarto, è anche musicista ed ex giocatore di basket in carrozzina: in sedia a rotelle sin da piccolo a causa di una poliomelite, ha fatto parte della Nazionale senegalese di pallacanestro ed è arrivato in Italia giocando nel Cantù e nel Seregno. Proprio per questo, una volta intrapreso con Valeria il progetto KeChic, ha deciso di coinvolgere nel lavoro anche alcuni colleghi del Centre Handicapè di Dakar. Ma con Cheikh e Valeria collaborano anche una grafica di nazionalità israeliana, un tirocinante del Mali, una collaboratrice guineana e un’altra tirocinante indiana. Un melting pot da cui nascono capi di sartoria unici, nelle forme e nei tessuti. Cos’è e come nasce questa sartoria sociale ce lo racconta Valeria Zanoni.

Quando e come vede la luce KeChic?
«Due anni e mezzo fa dall’amicizia tra me e Cheikh, con il cui nome abbiamo poi giocato per chiamare il nostro progetto. Mi aveva chiesto di aiutarlo a trovare lavoro come sarto, io in realtà non mi sono mai occupata di sartoria o di moda, però lui è un personaggio multitasking e poiché non trovava nulla, di pancia ho pensato: inventiamocela noi una sartoria!».

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La svolta?
«All’improvviso mi arriva una telefonata dal Politecnico di Milano, perché avevano letto la storia di Cheikh. Ci hanno chiesto di partecipare a un corso molto ambito di incubazione aziendale finanziato con fondi europei, una formazione molto professionale per imprenditori stranieri in Italia. Io ero l’unica italiana, perché sua socia. Questo è stato il trampolino di lancio, perché ci ha permesso di capire cosa volevamo fare e chi volevamo diventare. Abbiamo affittato la nostra prima stanza in un cortile sotto casa mia».

Poi sono arrivati gli altri componenti del gruppo?
«Andavamo avanti un po’ a singhiozzo, poi è arrivato Keita, rifugiato politico del Mali, grande gratitudine per lui! In seguito Assan, sarto senegalese e altri tirocinanti che ci manda il Comune, la Caritas e Soleterre Onlus. Da noi arrivano sempre africani, perché la sartoria è un mestiere molto diffuso in Africa. Il nostro è un percorso che ha coinvolto e coinvolge tante persone».

Cosa offrite in questo progetto culturale?
«L’idea è stata quella di unire le nostre identità e creare qualcosa di nuovo: la diversità tra due culture che arrivano da mondi diversi può diventare arricchimento reciproco e non solo un ostacolo, nonostante tutte le fatiche e le difficoltà quotidiane di scegliere come lavorare».

Che tipo di abbigliamento producete?
«Capi soprattutto da donna. L’idea di partenza era l’immaginario africano di Cheikh, quindi tuniche, ma qui in Italia nessuno le avrebbe mai comprate, quindi il nostro intento è che i vestiti parlino di questo incontro tra due culture: quest’inverno abbiamo fatto ad esempio una felpa con una broderie di cotone biologico che ha sul collo il ricamo della tunica. Cerchiamo sempre di mettere insieme le due storie. Chi compra da noi compra una storia».

Altri esempi?
«La felpa Baye Fall: in Senegal il bayefall è come un sacerdote che prega per la comunità, vive di elemosina e ha un abito tradizionale, fatto di mille ritagli cuciti insieme, gli scarti dei tessuti altrui. Questo vestito, tipo quello del nostro Arlecchino, porta fortuna e ti protegge, secondo la tradizione. L’abbiamo rivisitato: con gli avanzi delle felpe abbiamo creato la felpa Baye Fall, che ha avuto molto successo perché è bella, non troppo strana, ma soprattutto perché ha una storia dietro».

Ma ci sono anche semplici t-shirt?
«L’estate scorsa abbiamo fatto magliette di cotone bianche e nere: su una è cucita la sagoma del Duomo di Milano, sull’altra quella della Moschea di Touba. Tutti gli africani volevano la maglietta con il Duomo e gli italiani quella con la moschea: mettersi nei panni l’uno dell’altro è il messaggio che si è venuto a creare, spontaneamente».

 

ReChic, il riciclo che fa bene a tutti

Il crowdfunding servirà per creare gli spazi per questa attività

Un sistema contro lo spreco, per fare moda circolare e ridare vita a quello che c’è già: riparare capi rovinati o non più usati utilizzando tessuti dalle tipiche decorazioni africane. Anche qui c’è un po’ di contaminazione culturale e si risparmia anche, perché chi porta il proprio capo non lo butta via, mentre KeChic usa meno stoffa e molta creatività per trasformare un vecchio abito in un capo originale e nuovo di zecca. Il crowfunding serve per cercare nuovi spazi ed assumere un sarto che si dedichi solo a questo.

 

Nuova collezione di gioielli AziZA

Stasera la presentazione della capsule di Opella Fashion Jewlry

Questa sera dalle 18.00 alle 22.00 presentazione della capsule africana AZiZa, una linea di gioielli realizzati da Opella fashion jewelry in collaborazione con la sartoria sociale KeChic, utilizzando i tessuti wax. La promessa è quella di trovare geometrie e colori irresistibili, in una collezione afro degli originali gioielli Opella, che si preannuncia come un’altra avventura. Appuntamento nel laboratorio di via Guerzoni 39 a Milano, con un aperitivo e musica africana suonata dal vivo.

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