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07. 05. 2021 11:19

Allo scoperta dei tesori della Scala

ll museo del Teatro alla Scala non conserva solo cimeli, ma anche preziose opere d’arte

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Un prezioso scrigno che custodisce una splendida collezione di dipinti legati al mondo dell’Opera lirica e del Teatro, strumenti musicali antichi, cimeli di musicisti e cantanti, bozzetti scenografici e lettere, fa parte di uno dei più celebri teatri al mondo e si trova nel Casino Ricordi in largo Antonio Ghiringhelli.

Il Museo Teatrale alla Scala venne fondato nel 1911 e inaugurato ufficialmente nel 1913. Fu la decisione dell’antiquario Jules Sambon di mettere all’asta la sua prestigiosa collezione nel 1911 a dare l’impulso alla fondazione del museo. Ma fu anche grazie alla rinuncia all’acquisto della collezione da parte di J.P. Morgan, uno degli uomini più ricchi e potenti al mondo che fu possibile la sua realizzazione.

Il costo per acquistare l’intera collezione si aggirava intorno alle 450.000 lire, una somma da capogiro in quei tempi. Una parte venne versata dal comune di Milano e l’altra da privati cittadini.

Chicche. Tra i tanti pezzi degni di nota presenti al Museo Teatrale alla Scala la Spinetta napoletana seicentesca realizzata da Honofrio Guaracino e il pianoforte “gran coda” Steinway appartenuto al conosciuto compositore Franz Liszt.

Molto belli poi i pezzi della Commedia dell’Arte come le ceramiche e le porcellane raffiguranti Arlecchino e altre celebri maschere. Splendida la Sala dell’Esedra con i suoi dipinti di donne della stagione ottocentesca della Scala come Giuditta Pasta, Isabella Colbran o Maria Malibran.

Non mancano i compositori Rossini, Bellini, Donizetti e i protagonisti maschili del canto come Nicola Tacchinardi rappresentato nella meravigliosa scultura di Antonio Canova. Troviamo anche il ritratto di Domenico Barbaja di cui vi abbiamo accennato parlando della Barbajada. Molti poi i ritratti di Giuseppe Verdi che al Teatro alla Scala debuttò con Oberto, conte di San Bonifacio nel 1839 e diede prova della sua grandezza con il Nabucco del 1842.

Celebrato ampiamente e meritevolmente dal Museo Teatrale della Scala e, naturalmente, anche dal Teatro nonostante nel 1832 il Conservatorio rifiutò la sua ammissione.

Tesori. Al secondo piano sono custoditi dei veri e propri tesori: le incisioni su disegni dell’architetto della Scala Giuseppe Piermarini, il modello in terracotta di Giuseppe Franchi per il timpano della facciata ed il primo manifesto del Nabucco datato 1842. Vi è inoltre la Biblioteca con pezzi unici come la Messa in Requiem di Verdi o il Tancredi di Rossini solo per citarne alcuni.

Le disavventure di Paolo Sarpi

Paolo Sarpi, ovvero il borgo degli ortolani o Chinatown a seconda dell’età di chi legge, ma soprattutto un uomo. Nato a Venezia nel 1552 è stato un personaggio davvero particolare. Un religioso, appartenente all’ordine dei Servi di Maria, teologo ma anche storico, matematico, fisico, letterato e scienziato.

Lo studio di tutte queste discipline gli valsero il titolo di Oracolo del Secolo da Girolamo Fabrici. Siamo, però, nel 1500 e il suo lavoro Istoria del Concilio Tridentino viene messo all’indice. Come se ciò non bastasse Paolo Sarpi fu un fermo oppositore di quel centralismo monarchico della nostra e ogni occasione era valida per difendere le prerogative della Repubblica veneziana. Quest’ultima, infatti, fu colpita dall’interdetto di Paolo V. Ovviamente questo atteggiamento gli valse la “chiamata” davanti all’inquisizione: non si presentò e questo rifiuto non venne preso molto bene; sarà stato un caso l’attentato che subì di lì a poco?

Venezia. Le voci si rincorsero e qualche malpensante attribuì l’organizzazione di questo attentato proprio alla Chiesa Romana che, guarda caso, negò ogni responsabilità. Con la mascella rotta e diverse ferite sul viso Paolo Sarpi continuò i suoi studi in una bella casa in piazza San Marco messa a disposizione direttamente dal Senato Veneziano. Grande amico di Galileo, scrisse: «Verrà il giorno, e ne sono quasi certo, che gli uomini, da studi resi migliori, deploreranno la disgrazia di Galileo e l’ingiustizia resa a sì grande uomo».

SE PARLA MILANES

El bon l’è in fond significa letteralmente “il buono è in fondo”. Potrebbe sembrare un modo di dire che indica come per trovare la parte buona delle persone bisogna cercare in fondo, ma la verità è molto meno filosofica e più gustosa. Questo modo di dire infatti si riferisce ai condimenti, che come spesso accade, si depositano sul fondo del piatto.

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