andrea zorzi
andrea zorzi

Lo chiamavano “Zorro”, quando ancora faceva l’atleta per professione e dell’eroe buono Andrea Zorzi porta con sé i tratti e il garbo. A Milano si è trovato da pallavolista, con il Gonzaga due volte campione del mondo. Più di recente ha partecipato alla presentazione di Oralimpics attorniato da bambini che potevano essere suoi figli o nipoti.

Zorzi: nel suo paesino in Veneto l’oratorio non c’era, ma aveva il campetto della Chiesa.
«Ho poi incontrato l’esperienza oratoriale da grande. L’oratorio riduce le distanze, sono felice che ultimamente abbiano ritrovato grande smalto. Smontando i luoghi comuni, come modello educativo, credo ci siano opportunità diverse da quanto si pensi quando si parla di sport in modo anche un po’ ipocrita. Lo sport può essere molto educativo, ma se preso nella sua versione più popolare è totalmente diseducativo».

Il volley, in questo ragionamento, dove si colloca?
«È lo sport che ha il più alto grado di interdipendenza con gli altri perché sei obbligato a passare la palla. Non credo che questo sia un vantaggio o un valore in assoluto. Lo è nel contesto attuale in cui c’è un rischio di individualismo altissimo. Questo non rende la pallavolo uno sport migliore di calcio o basket, ma riconoscere la peculiarità di questa disciplina può essere molto utile perché ti fa capire che da solo non puoi fare nulla, se non la battuta. Nelle altre si può cogliere lo stesso aspetto, però l’azione individuale non è vietata quanto nel volley».

C’è un nesso tra questo e la crescita in provincia, più che in città, della pallavolo?
«Che sia uno sport di provincia è dato dai numeri. Come spesso accade le ragioni sono tante. Non ultima che una squadra importante nella grande città ha costi superiori, che le risorse sono drenate da sport più importanti, che in qualche modo la pallavolo ha cifre che non sono minimamente paragonabili a quelle di altre discipline. Tutte queste cose fanno sì che ci sia una fascia di interesse per i presidenti e la pallavolo si è accomodata in questi spazi intermedi. Certo che nei giornali e nei media hai più visibilità se vivi nella metropoli».

Se Milano dovesse vincere un campionato potrebbe aiutare a diffondere ancor di più il “verbo” pallavolistico?
«Credo di sì, ma non lo metterei tra le priorità. Mi piacerebbe molto se accadesse. La Revivre non è partita dall’alto, ha fatto un percorso interessante e si è costruita. Dovessi guardare alla pallavolo non credo che la priorità sia la vittoria della grande città».

Capitolo Milano-Cortina: come andrà la candidatura?
«Spero bene. I rischi di una gestione meno oculata esistono, lo dico con un po’ di preoccupazione in meno perché abbiamo l’esempio di Torino 2006 e di Expo, che ha reso Milano così splendente. Mi auguro che sia una grande occasione. Tutti gli eventi che smuovono l’economia hanno due facce della medaglia».


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