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07. 05. 2021 18:16

Donne, uomini, tutti: la violenza a Milano (e ovunque) è una piaga che coinvolge tutti

L’aumento delle violenze domestiche durante la pandemia prescinde dal genere e dall’orientamento sessuale: tre realtà che, a Milano, lo hanno capito

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Malika Chalhy è una ragazza toscana di 22 anni che di recente ha reso pubblica la sua vicenda privata: a gennaio aveva scritto ai genitori di essersi fidanzata con una ragazza e sapeva che non l’avrebbero presa bene, ma non poteva immaginare che da quel momento avrebbero cominciato a insultarla, a minacciarla di morte e a impedirle di rientrare a casa cambiando addirittura la serratura della porta.

Per questo, è arrivata a denunciarli. L’aumento delle violenze domestiche durante la pandemia riguarda tutti, a prescindere dal genere e dall’orientamento sessuale, complici le convivenze forzate di coppie e famiglie durante il lockdown.

Per questo motivo, abbiamo scelto di tornare ad analizzare il fenomeno con un duplice obiettivo: non far calare l’attenzione su un problema così attuale e diffuso, ma anche far emergere le numerose sfaccettature del problema stesso. Ecco tre realtà milanesi che, a vario titolo, si occupano di aiutare le vittime. Donne, uomini, tutti.

Giovanni Raulli, Casa Arcobaleno: «Se il rifiuto supera ogni violenza»

«Dall’estate del 2019 a Milano esiste Casa Arcobaleno, una struttura nata in collaborazione fra il Comune e la cooperativa Spazio Aperto Servizi per ospitare e favorire l’autonomia economica di giovani come Malika, cacciati di casa dopo aver fatto coming out. Di recente gli appartamenti messi a disposizione sono raddoppiati e possono ospitare fino a sei persone». Giovanni Raulli è direttore area residenzialità, housing ed emergenze sociali di Spazio Aperto Servizi.

Quante persone sono passate da Casa Arcobaleno e quanto tempo restano?
«Nove ragazzi, dai 18 ai 23 anni. In genere diciamo loro che possono rimanere fino a un anno, ma dipende dalla singola situazione, perché lo scopo è portare a termine un percorso di integrazione e di autonomia. Quando escono da qui, mettiamo a loro disposizione anche altri appartamenti in housing sociale a canone calmierato».

Gli ospiti sono tutti di Milano?
«Finora abbiamo raccolto soprattutto milanesi, ma anche qualcuno che arrivava da fuori. Inoltre cerchiamo di fare rete con le altre Case Arcobaleno d’Italia».

Chi sono questi ragazzi?
«Sono persone rifiutate dalla famiglie. È un rifiuto che rasenta, a volte supera la violenza sia verbale che fisica. Di recente abbiamo accolto un figlio al quale il padre aveva spezzato le dita delle mani. Abbiamo anche un caso di un ragazzo che, cacciato dai genitori, è andato a vivere con il compagno, ricreando una relazione di dipendenza. Quando il compagno lo ha lasciato si è trovato in mezzo a una strada, senza una casa e senza un lavoro ed è per quello che è arrivato da noi».

Tentate un riavvicinamento con le famiglie?
«Sempre: fa parte del nostro lavoro. Se i ragazzi che ospitiamo lo desiderano, cerchiamo di contattare i genitori, di vederli in un luogo neutro e di riavviare il rapporto dove è possibile. Ci sono ragazzi che hanno bisogno di più tempo per fare questo passo. Oppure altri che dei familiari non ne vogliono più sapere».

Le richieste sono in aumento?
«Sono costanti, ma il periodo del lockdown ha esasperato alcune situazioni. Dover convivere con persone che ti dicono continuamente che sei sbagliato, o che usano violenza fisica su di te, diventa davvero pesante, senza avere neanche uno sfogo esterno come la scuola e gli amici».

Come si accede alla Casa Arcobaleno?
«Attraverso lo sportello del Comune, gestito dalla Cooperativa Contro l’Emarginazione e da Arcigay. Gli operatori dello sportello fissano un primo colloquio. Se ci sono le condizioni per poter essere accolti in Casa Arcobaleno, si fa un secondo incontro con noi. Abbiamo uno staff multidisciplinare, con educatori, psicologi e consulenti legali».

Info: antidiscriminazioni@comune.milano.it

Giusy Laganà, il Petalo Bianco: «Uno sportello fra gli scaffali di Coin»

«Tutte le signore di Milano ci sono state almeno una volta. Il palazzo di vetro di Coin che svetta in piazza Cinque Giornate, con i suoi 9 piani, è sempre stata una delle mete dello shopping cittadino. Dal 12 marzo uno dei suoi uffici è stato adibito a sportello antiviolenza rivolto alle donne, Il Petalo Bianco, gestito da Fare X Bene Onlus al venerdì dalle 15.00 alle 19.00. Giusy Laganà, segretario generale di Fare X Bene, racconta il progetto a Mi-Tomorrow.

Com’è nata la collaborazione con Coin?
«Con Monica Gagliardi, responsabile marketing di Coin, avevamo già lavorato ad altri progetti sociali. Fare X Bene si occupa di assistenza psicologica, legale, e di formazione nelle scuole. In questo anno così difficile diverse donne si sono rivolte al numero antiviolenza 1522 fingendo di ordinare una pizza. Così abbiamo pensato di aprire uno sportello all’interno dello store: la donna vittima di violenza può fingere di andare a fare solo shopping, mentre nel negozio può trovare anche una psicologa che la ascolta in un contesto protetto».

Come si accede allo sportello?
«Bisogna prenotare online sul sito scegliendo la data e l’orario. Quando si entra da Coin si raggiunge il sesto piano senza dover chiedere niente a nessuno».

Che percorso è previsto?
«Proponiamo tre incontri con una psicoterapeuta. Mettiamo a disposizione anche un avvocato e un esperto di reati online come il revenge porn. A seconda delle situazioni aiutiamo le donne a denunciare e a fare un percorso per rendersi economicamente indipendenti».

Avete molte richieste?
«Abbiamo prenotazioni fino agli inizi di giugno, ma c’è sempre la possibilità di inserirsi perché la situazione è in divenire: alcune donne prenotano e poi non si presentano, ma vogliamo dire loro di non aver paura, perché la prima volta possono anche sedersi e parlare del più e del meno».

Chi sono queste donne?
«La violenza di genere colpisce tutti gli strati sociali: spesso sono coinvolte donne che hanno sposato uomini benestanti, lasciando il lavoro per fare solo le mamme. In molti casi trovano il coraggio di parlare solo quando la violenza passa da loro ai figli. Il Petalo Bianco prova a intercettare chi non si rivolgerebbe mai a un “tradizionale” centro antiviolenza. Innanzitutto aiutiamo le donne a fare un percorso di presa di coscienza, facendo loro capire che ciò che stanno vivendo non è giusto e soprattutto che non è colpa loro».

Come realizzano di essere vittime di violenza psicologia?
«Non è semplice capire di avere a che fare con un manipolatore. Spesso succede che questi uomini dicano loro “Ti amo e mi fai felice se non esci con le amiche, se smetti di lavorare, se non tieni un tuo paio di chiavi di casa, se mi mostri il cellulare”. Quando le donne accettano queste richieste, dobbiamo aiutarle a capire se si tratta di scelte condivise o se sono frutto di violenze psicologiche».

Info: ilpetalobianco.it

Patrizia Montale, Ankyra:«Quando le vittime sono gli uomini»

Se ne parla poco, ma la violenza delle donne nei confronti degli uomini esiste, anche se le associazioni che se ne occupano sono pochissime. Una delle prime realtà è nata a Milano nel 2013. Ankyra è un centro che si occupa di violenza domestica in generale, ma che di fatto è diventato punto di riferimento soprattutto per gli uomini. Si trova in via Marsala 8, presso La casa delle Associazioni del Volontariato. Patrizia Montalenti ne è la presidente.

Come nasce Ankyra?
«Nasce dalla convinzione che la violenza sia un fenomeno molto complesso e che non debba riguardare soltanto un genere: a prescindere dal numero dei casi che si registrano, bisogna aiutare anche gli uomini. Il centro non è fondato su alcun impianto ideologico: mettiamo al centro la persona e copriamo un bisogno che in Italia non viene colto da nessuno. Così ci troviamo ad avere il 90% di utenza maschile. Non siamo in opposizione ai centri antiviolenza per donne, nei quali ho lavorato per diversi anni, ma credo che oggi si debba fare un passo in più».

Quanti casi avete seguito?
«Dal 2014 in poi circa 600 persone, il 90% sono uomini».

Per le donne non è semplice parlare e denunciare le violenze subite, ma qualcosa sta cambiando. Per gli uomini è ancora più difficile?
«Per tutti è difficile ammettere di essere vittime di violenza e rivolgersi a qualcuno che possa aiutarti a prenderne coscienza e agire, però oggi l’uomo ha qualche difficoltà in più».

Perché?
«Fatica a parlarne per due motivi: innanzitutto a causa dello stereotipo del maschio virile e poi perché spesso fatica a riconoscere la violenza, la minimizza. Gli uomini ci riferiscono che la loro sofferenza non deriva tanto dalla sberla o dal morso, ma dalla mortificazione, dallo svilimento, soprattutto se davanti ai figli. Infine l’uomo non denuncia perché teme di venire deriso».

Quali sono le differenze fra la violenza femminile e maschile?
«Il maltrattamento da parte di una donna in genere è più di natura psicologica che fisica. E poi non bisogna dimenticare il problema della violenza assistita, ovvero i figli che assistono, direttamente o indirettamente, a maltrattamenti fra i genitori».

I casi sono aumentati nell’ultimo anno?
«Sì, dall’arrivo del Covid c’è stato un incremento importante. Da marzo 2019 a febbraio 2020 abbiamo assistito 144 persone, di cui 116 uomini. Da marzo 2020 a marzo 2021 si sono rivolte a noi 226 persone, di cui 205 uomini. La fascia di età più colpita è quella fra i 36 e i 55 anni, seguita dai 26-35 enni, ma è in aumento anche la violenza sugli uomini dai 20 ai 35 anni».

Info: 02.56.56.64.80

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