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17. 06. 2021 22:45

Un nuovo romanzo per Giuliano Sangiorgi: «Balleremo ancora i lenti»

Giuliano Sangiorgi racconta il suo ultimo romanzo e svela un inedito rapporto con Milano: «Sul 16 scrissi Mentre tutto scorre. A ottobre torneremo con i Negramaro nei palasport, a quel punto chiederò a tutti di...»

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Dopo il debutto de Lo spacciatore di carne il leader dei Negramaro, Giuliano Sangiorgi, torna con il suo nuovo romanzo Il tempo di un lento diviso in tre epoche che catturano il lettore grazie alla storia e ai suoi personaggi, di cui ci si finisce per affezionare. Il tutto nasce da Amore che torni, album di successo del gruppo salentino.

Inizia tutto nel 1984 tra Festivalbar, Postalmarket, gioco della bottiglia, festa delle medie: qual è il trucco per riuscire ad esprimere così bene le sensazioni degli adolescenti di quegli anni?
«Negli anni ’80 ero proprio un bambinone che viveva l’adolescenza dei suoi fratelli, Salvatore e Luigi. Loro mi hanno dato un imprinting perfetto di quegli anni: essendo un classe ’79 i miei anni dell’adolescenza sarebbero gli anni ’90. Invece loro ascoltavano i Depeche Mode, i CCCP, quindi io riuscivo a farmi figo con gli amichetti facendogli sentire tutta la musica più cool del mondo, mentre loro mi facevano sentire Kiss me Licia o poco più».

Ora è Il tempo di un lento…
«Il romanzo parte dai personaggi, Luca e Mariagiulia, che nel 1984 hanno 14 anni. È diviso in tre parti e tre epoche: la prima l’ho intitolata Amore che vieni con un omaggio al grande Faber, la seconda Amore che vai, la terza Amore che torni dove ho celebrato i Negramaro che avevano, a loro volta, esaltato il De André di Amore che torni».

Di cosa racconta?
«Nella prima parte racconto di questo amore folle e incredibile, di cui tutti siamo figli. Quell’amore che non c’è più, un po’ edulcorato, ammaestrato, quello dei nostri genitori che sono stati invece capaci di bruciare e di amarsi in una maniera così focosa, quasi irrazionale, ma che ha sconvolto le vite della famiglia, del paesino, della città. Erano capaci veramente di cambiare le carte in tavola, pur di amare».

giuliano sangiorgi

E i protagonisti fanno così?
«A Luca e Mariagiulia faccio attraversare un momento delicatissimo degli anni di Piombo, della storia dell’Italia e del nostro Paese, un momento unico quanto vero. In tutto il romanzo, di finzione e di narrativa, l’unico passaggio reale è questa strage del 1984: loro prenderanno quel treno che da Napoli andrà verso Milano, poi ci sarà un’esplosione. Racconto un attentato terroristico, ma non vi svelo tutto».

E siamo alla seconda parte…
«La seconda parte, Amore che vai, narra questo cambio di persona del racconto: è un’intervista di un italiano, partito per l’America negli anni ’90 facendo il cameriere e vivendo di espedienti, riuscendo comunque a portare avanti il suo sogno e a conoscere nel 1990 Miles Davis. Lì succederà un’altra cosa abbastanza incredibile».

Terza parte?
«In Amore che torni c’è una trama pasoliniana: parlo della solitudine di Gennaro, Gennaro L’America, così come viene chiamato nel paese. È ambientato ai giorni nostri. Ho scritto in tre epoche sperando di averle rappresentato tutte al meglio, anche se credo sia difficilissimo cercare di essere distante nel momento della scrittura e farsi coinvolgere il meno possibile».

Questo libro è nato mentre iniziavi a prendere confidenza con l’essere padre. Hai dichiarato di aver regalato la prima copia a Stella: quanto di te come figlio si può ritrovare?
«Ho iniziato Il tempo di un lento nel giorno in cui ho scritto Amore che torni, avevo appena scritto quella canzone e sentivo la necessità di dover andare ancora più a fondo. Dovevo approfondire la storia perché non mi bastava la canzone, dovevo proprio togliere i confini che il brano aveva».

Un brano che ha un certo peso nel romanzo.
«Amore che torni sarà la canzone che, nella finzione, Luca scriverà per Mariagiulia. Ci sarà un’importante nastrocassetta che farà un viaggio lungo trent’anni attraversando l’oceano, fino all’America. Insomma, da una micro storia di periferia del Sud si arriva addirittura all’America, alla storia italiana del nostro Paese, agli anni di Piombo. In tutto questo, ci è passata attraverso anche la mia vita».

Quali sono i tuoi posti del cuore quando ti metti a scrivere?
«Per la seconda volta, il treno è stato un posto pazzesco: l’ho sfruttato tantissimo per lungometraggi di scrittura, mentre per i cortometraggi uso qualsiasi angolo della casa, perché le canzoni sono una cosa che mi appartengono da quando sono piccolissimo. Alla narrativa mi sono avvicinato da “scrittore di brani” grazie alle canzoni che da vent’anni creo per una band e per tanti altri come Mina, Celentano, Ornella Vanoni, Patty Pravo».

Il lento non si balla più.
«No, lo balleremo, l’ho promesso. Nei palasport, quando torneremo ad ottobre con i Negramaro, ad un certo punto – almeno io lo chiederò – vorrò vedere tutti ballare un lento e faremo qualche canzone del disco. Tutti lo dovranno ballare».

Il tuo lento di riferimento negli anni ’80 era Eyes without a face di Billy Idol.
«Ma non lo era tanto per me, quanto per i protagonisti del romanzo. Mi sono immaginato Eyes without a face di Billy Idol perché era lento, ma anche abbastanza nevralgico. Irrompevano le chitarre ad un certo punto nel finale, allora mi serviva anche questo reprise un po’ più elettrico».

Oggi quale sarebbe?
«Ballerei molto volentieri un pezzo di Aiello, Arsenico, anche se non è lentissimo. Ma lo ballerei, è energico. Poi Gaetano Veloso resta pazzesco: No Paloma sembrerebbe un lento, lentissimo, mentre ha una forza esplosiva che non implode, anzi. Mi piace quando gli autori hanno questa carica esplosiva anche quando raccontano: lì c’è un’orchestra bellissima. Devo dire che sono più punk quelle canzoni di tante altre stronzate che si sentono».

In questi mesi ti abbiamo visto postare storie sui social insieme, ad esempio, a Fasma e – appunto – ad Aiello. Unire diverse generazioni che arrivano da fruizioni musicali lontane: è questa la strada?
«Partiamo dal presupposto che i Negramaro sono un po’ in mezzo a tutto questo, lo abbiamo predetto nel 2015 con La rivoluzione sta arrivando. Sta arrivando un’evoluzione incredibile e abbiamo cercato di essere pronti con Amore che torni, prendendo ancora più consapevolezza con l’ultimo album Contatto. In generale, stiamo andando verso una nuova era».

Ti piace?
«Da autore e cantautore di un gruppo di sei amici, ho una grande fortuna: raccontare quello che ho dentro con il linguaggio dei tempi, perché una band rischia immediatamente l’incoerenza. Siamo sempre stati attenti a non cadere nella ricerca, quasi cieca ed assidua, del futuro e del contemporaneo della musica che viaggia oggi. Non siamo stati mai così ciechi da non ammettere un’evoluzione, abbiamo sempre cercato un’evoluzione nella nostra musica. E c’è stata».

Vivi a Roma, ma spesso sei a Milano. Cosa ti lega a questa città?
«A Milano, in realtà, ci sono cresciuto. Ho scritto Mentre tutto scorre sul 16, il tram che passava da via Ennio, dove abitavano zia Antonella e zia Gabriella. Ho un po’ di zie professoresse in giro per Milano. Quando venivamo a fare le prime riunioni, senza mezza lira per poter prenotare gli alberghi, arrivavamo in sei a suonare disperati: dormivamo tutti a casa di mia zia Antonella, tutti accampati in una casa microscopica».

 

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