Questa estate il Dodi Day ha portato 25.000 persone il 1° giugno a Bellaria Igea Marina a festeggiare i 50 anni di carriera e i suoi 67 di età. Dodi Battaglia non è mai sceso dal palco e, da quando la storia dei Pooh si è conclusa dopo 50 anni insieme, ha continuato a portare la sua musica per tutta Italia. Il chitarrista e cantante della band, autore di oltre 140 brani pubblicati, continua il suo percorso artistico nella musica. Sarà a Milano lunedì 10 dicembre alle 21.00 al Teatro Nazionale per presentare il suo ultimo progetto discografico, composto da un album e un tour, Perle – Mondi senza età: «Milano è la mia seconda patria assieme alla Puglia – confessa a Mi-Tomorrow –: questa città rappresenta il business della musica».

Cosa vuol dire per te tornare a Milano?
«Dobbiamo molto a questa città, è grazie alla sua imprenditorialità musicale che con i Pooh siamo riusciti nel mestiere: noi quattro eravamo di città diverse, ma come sede lavorativa abbiamo scelto proprio Milano. Ultimamente, poi, è diventata bellissima. Ho sempre avuto casa qui e continuerò ad averci sempre un piedino. Secondo me l’Italia del business dello spettacolo si divide in tre luoghi: Bologna è la città dei musicisti, Roma è la città del cinema, ma Milano è la città dell’industria discografica».

Presenterai il tuo ultimo album Perle, canzoni che non tutti conoscono.
«Sono brani che non abbiamo mai fatto più di tanto dal vivo, erano gli anni in cui facevamo soprattutto concerti negli stadi e nei palazzi dello sport eravamo più rock. Queste canzoni, invece, hanno la loro fruizione maggiore in un teatro perché sono molto intime. Ogni cosa ha il suo momento giusto».

La canzone che più hai nel cuore?
«Ci penserò domani, è un brano che ho scritto io con un testo di Valerio Negrini e ogni volta che la faccio penso a quanto sia un film, lo rivedo nella mia mente ed è molto bello».

Sono passati due anni dalla chiusura con i Pooh, un bilancio?
«Sinceramente non sono stato entusiasta della scelta che i Pooh hanno fatto, però devo dire che anche dalla sfortuna cerco di prendere gli aspetti positivi. Mi guardo allo specchio alla mattina e vedo che sto in piedi anche da solo, senza i miei amici colleghi. Anziché avere i 25% dei fari sul palcoscenico ho il 100%, faccio quello che voglio, ho onori e oneri».

Se guardi indietro, cosa vedi?
«Vedo qualsiasi cosa mi sia accaduta e devo dire che ogni sera per me suonare è come andare dallo psicologo. È un’analisi perché per ogni canzone mi ricorda il periodo che si viveva. Che donna, che città e che amici frequentavo. In fondo la più grande soddisfazione che ho avuto nella mia vita, dopo la nascita dei miei figli, è stato il mio lavoro».

E il tuo futuro potrebbe essere, magari, aprire una scuola di musica?
«Me l’hanno proposto e ci stavo già lavorando: non escluso che lo faccia. Mi hanno consegnato una laurea honoris causa in chitarra elettrica l’anno scorso, ma forse… preferisco ancora imparare che insegnare».

Ipotesi Sanremo?
«Dovessi andare con la solita canzone me ne starei a casa. Le cose “normali” non mi assomigliano e non mi piacciono più».


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