Da nove mesi non svolge più alcuna attività politica, passa il tempo principalmente intervenendo a conferenze e seminari. Gabriele Albertini non può, però, essere considerato un “pensionato” qualsiasi: è stato il sindaco di Milano più longevo negli ultimi trent’anni anni, una qualifica che lo rende ideale per riflettere sulla città alla vigilia del giorno del Santo Patrono in cui si conferiscono gli Ambrogini e si tiene il Discorso alla Città dell’Arcivescovo.

Dov’è nato?
«Zona Certosa, precisamente via De Rolandi, una traversa di via Espinasse, nella stessa casa in cui aveva sede l’impresa che mio padre aveva fondato nel 1932».

Com’era la città negli anni ’50, il periodo della sua infanzia?
«Il periodo che va dal 1956, quando sono entrato alle elementari, al 1965, quando è morto mio padre, lo ricordo caratterizzato da dinamismo, effervescenza: me ne accorgevo anche in famiglia, ricordo che una volta mio padre comprò una macchina di ben 600 tonnellate. Sul piano sociale esisteva un grande desiderio di emulazione e di elevazione».

Un periodo felice.
«Gli anni ’60 sono stati quelli della rivoluzione industriale, del boom economico, si volevano raggiungere i livelli più alti d’istruzione e di reddito».

Come si viveva il rapporto tra suo padre e gli operai dell’impresa?
«C’era un rapporto paternalistico con i dipendenti, racconto un esempio che descrive bene quel clima: il primo operaio che ha comprato un’automobile l’ha presa proprio da noi. Aiutava anche il fatto che eravamo una piccola azienda che negli anni ’70 ha raggiunto i 170 dipendenti».

La lotta di classe non esisteva?
«Non l’avvertivo. Qualche anno dopo mi sono accorto che le cose stavano cambiando, nel 1969 all’Università Statale, dove ero iscritto, assistetti ad una violenza di gruppo nei confronti di uno studente. Nello stesso anno al Portello, dove c’erano gli stabilimenti dell’Alfa, venni bloccato in auto dal primo blocco stradale che si svolgeva in città».

Un altro momento positivo sono stati gli anni ’80.
«Sono stati anni rampanti, edonistici, della Milano da bere. Erano però basati su alcune palafitte: stava esplodendo il debito pubblico».

Come vede la situazione oggi?
«A differenza degli anni ’60 la competenza e il merito sono considerati qualcosa d’illegittimo, sul piano economico ancora non siamo usciti dalla crisi. Milano, però, è un caso a se, è un’enclave, una città che rispetto al resto dell’Italia dimostra più razionalità, equità e intelligenza».

Da qualche anno si parla di “rinascita” di Milano: quanto c’è della sua Amministrazione in questa nuova stagione?
«La maggior parte, come ha riconosciuto il sindaco Sala. Expo è stata la vetrina di questa rinascita, ma il progetto è partito prima, con i 30 miliardi di investimenti privati effettuati durante i nostri due mandati senza mai ricevere un avviso di garanzia, con la nostra regia che ha guidato le trasformazioni urbane. A questo proposito racconto un aneddoto».

Prego.
«Incontrai i proprietari di Porta Nuova e gli dissi: da 60 anni litigate per i grattacieli senza risolvere nulla, io vi propongo la possibilità di edificare in base ai millesimi, ma vi offro una settimana di tempo per accettare».

Com’è andata?
«Dopo una settimana si sono presentati».

Il programma di Sala prevede nuove metropolitane, riapertura dei Navigli, piano dei quartieri, Olimpiadi invernali, la riqualificazione degli Scali: troppa carne la fuoco?
«Non c’è mai troppa carne al fuoco, il sindaco di una grande città deve fare ciò che è possibile nel suo periodo. Il punto è che si deve dare le priorità».

Ad esempio?
«La messa in sicurezza del Seveso viene prima della riapertura dei Navigli».

Gli Ambrogini conservano ancora il loro appeal?
«Ci possono essere sensibilità diverse, forse i giovani sono più distratti, ma credo che sia ancora un riconoscimento molto sentito per chi lo riceve. A questo proposito devo ammettere di avere commesso un errore».

Quale?
«Nel mio primo mandato l’allora presidente del consiglio De Carolis mi convinse a trasferire la decisione delle onorificenze dalla Giunta al Consiglio. Accettai, ma così le benemerenze civiche si sono commutate in scelte politiche, non più civiche. Oggi mi auguro che si riesca a premiare l’essere, senza lasciarsi condizionare dagli aspetti mediatici».

Nove anni a Palazzo Marino
Il sindaco più “longevo” degli ultimi trent’anni

Gabriele Albertini è nato a Milano nel 1950. Dopo la laurea alla Statale in giurisprudenza guida l’azienda paterna “Cesare Albertini S.p.A.” che si occupa di pressofusioni in alluminio. Ricopre anche l’incarico di vicepresidente in Assolombarda e, nel 1996, viene eletto presidente di Federmeccanica (Federazione sindacale dell’industria metalmeccanica italiana). Nel 1997 l’esordio in politica. Eletto sindaco di Milano, viene confermato quattro anni dopo al primo turno sempre a capo di una coalizione di centrodestra. Nel 2004 viene eletto al Parlamento Europeo per essere poi riconfermato nel 2009. L’ultima esperienza politica è al Senato dove viene eletto nel 2013 e vi rimane per cinque anni di legislatura.


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