«La Differenza la stavo cercando. In realtà la cerco sempre, ma questa volta ho messo in fila solo incognite, nessuna certezza, o quasi». Racconta così Gianna Nannini la sua ultima fatica discografica, La Differenza appunto, fuori ovunque venerdì.

 

Dieci brani registrati in presa diretta a Nashville, dove la rocker si è recata a marzo: «Non conoscevo nessuno. Avevo solo l’indirizzo e il telefono del chitarrista e producer Tom Bukovac, contatto che mi ha dato il mio amico Dave Stewart. L’esigenza era quella di registrare le mie canzoni senza campionature e senza i cosiddetti “overdubs”, il metodo per cui si registra uno strumento alla volta».

Come mai questa esigenza?
«Doveva essere un live in studio, un disco registrato in presa diretta ma con le attrezzature tecniche di oggi. Un disco che bruciasse di un fuoco puro e antico, ma suonato in epoca digitale».

Sei soddisfatta del risultato?
«Sì, perché ho trovato il suono che cercavo. Un suono che mi sta a pennello, un suono per le mie corde, perfetto per le mie canzoni. Questo era il momento adatto per questo disco, il momento in cui io e l’America eravamo pronte l’una per l’altra».

Quindi sei riuscita a fare la “differenza”, ancora una volta.
«La differenza per quanto mi riguarda è proprio una scelta di suono, di andare a fare questo disco a Nashville, perché si fa tutto in presa diretta, suonare gli strumenti veri, fare questa differenza rispetto all’omologazione. La differenza la fai perché hai una tua identità, un tuo rapportarti alle cose, hai un rispetto degli altri. Così fai la differenza, altrimenti è tutta incomunicabilità, è tutta lotta, è tutto odio».

Come cambia, se cambia, l’ispirazione in quasi quarant’anni di carriera?
«L’ispirazione arriva, se non arriva non fai il disco. Non è una cosa a macchinetta. Il motore sei sempre te che cerchi e ricerchi. Far la differenza è anche quello: non farsi omologare, non ripetere quello già fatto, non diventare pagliaccio di te stessa».

Com’è nato il rapporto con Coez, con cui duetti in Motivo?
«Coez è uno vero, è un ragazzo che scrive delle cose immaginative e anche figurative molto interessanti: si avvicinano al mio modo di pensare e vedere la musica. Ci siamo incontrati perché avevo sentito Faccio un casino e volevo conoscerlo. Lì per lì pensavo fosse uno inglese, invece è italiano (ride, ndr). Poi passava da Londra e per caso c’è stato questo incontro: gli ho fatto sentire delle cose e gli è piaciuta molto questa canzone che abbiamo condiviso».

Sabato 23 novembre sarai a Milano per la Milano Music Week. Che rapporto hai con questa città?
«La amo perché è la realtà in cui ho scelto di vivere. Mi ha fatto crescere, mi ha fatto diventare musicale, mi ha fatto scrivere i testi, c’era un subbuglio in questi locali dove cantavo. Ho fatto un po’ la gavetta qua, è stata importante e sono molto affezionata perché la trovo una città del futuro, la trovo una città che sta cambiando a vista d’occhio. Il cambio di questa città dipende molto da quelli che ci stanno dentro e sono convinta che sarà la città adatta a mia figlia Penelope».

Secondo te Milano è un po’ americana o vuol fare l’americana?
«L’americana mi sembra non la faccia per niente, Milano. Milano è Milano».


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