La speranza arriva da Palazzo Marino. Dopo giorni di polemiche e mobilitazione popolare per la chiusura dello Spirit de Milan, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha manifestato l’intenzione di aprire un tavolo di confronto con la proprietà dell’area per tentare di trovare una soluzione. Una presa di posizione che ha sorpreso positivamente Luca Locatelli, fondatore dello storico locale della Bovisa: «È una bella attenzione che ci lusinga. – le sue parole a Mi–Tomorrow –. L’interesse che si è creato in queste settimane e l’uscita del sindaco sono andati oltre le nostre aspettative. Conosciamo la proprietà e ci auguriamo che ci sia un’apertura verso questo tipo di richiesta. Arrivando dal sindaco potrebbe avere un appeal diverso rispetto alle nostre sollecitazioni».
Per ora non esistono certezze, ma la disponibilità del Comune rappresenta uno spiraglio per una realtà che, dopo oltre dieci anni di attività, rischia di scomparire dal panorama culturale milanese.
Da magazzino abbandonato a simbolo della Bovisa
Per Locatelli la vicenda non riguarda soltanto un’impresa: «Lo Spirit de Milan non è nato come un progetto imprenditoriale», racconta. «Era soprattutto un’idea, una visione. Quando siamo arrivati qui abbiamo trovato uno spazio fermo da vent’anni, con cortili in terra battuta e zone invase dall’erba».
Da quel recupero è nato uno dei casi più significativi di rigenerazione urbana spontanea della città. Negli anni, lo spazio è cresciuto fino a diventare un ecosistema che coinvolge decine di lavoratori, artisti, musicisti, tecnici e fornitori. «Siamo partiti organizzando eventi temporanei. Qui invece abbiamo avuto la possibilità di costruire qualcosa giorno dopo giorno. Oggi parliamo di sessanta dipendenti e di un indotto importante che coinvolge moltissime persone».
La comunità continua a vivere anche fuori dai cancelli
La forza dello Spirit, secondo il suo fondatore, emerge proprio nelle ore più difficili. Nonostante la chiusura degli spazi, infatti, la programmazione culturale continua spontaneamente all’esterno dell’edificio. «Le persone continuano a incontrarsi. Musicisti, ballerini e frequentatori stanno organizzando eventi davanti alla struttura, fuori, tra pozzanghere e asfalto. C’è chi porta le sedie da casa, chi suona, chi balla. È il segnale più evidente di ciò che siamo riusciti a costruire». Una comunità che va oltre le mura fisiche e che dimostra come lo Spirit sia diventato negli anni molto più di un semplice locale.
Raduno musicale fuori dallo Spirit de Milan, intanto la petizione online per salvare lo storico locale di Milano, raggiunge le 5.000 firme⤵️
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— Mi-Tomorrow (@MiTomorrow) June 7, 2026
Il nodo della proprietà e il progetto rimasto nel cassetto
Dietro la vicenda c’è una lunga storia di trattative. Secondo Locatelli, i rapporti con la proprietà si sarebbero incrinati già durante la pandemia, quando arrivò un’ingiunzione di sfratto mentre erano in corso ipotesi di vendita dell’area. Da quel momento il team dello Spirit avrebbe elaborato diversi progetti di riqualificazione per l’intero comparto.
«Abbiamo sviluppato masterplan, coinvolto investitori e realtà interessate al recupero dell’area. Abbiamo lavorato con soggetti importanti del social housing e con altri potenziali partner. Il progetto esiste ancora oggi ed è sempre stato a disposizione della proprietà». La scelta, però, sarebbe stata diversa. «La proprietà ha preferito percorrere altre strade. Immaginiamo che il futuro possa essere uno studentato o un’operazione immobiliare differente».
Milano e il valore della cultura
Uno dei temi centrali della vicenda riguarda il rapporto tra sviluppo immobiliare e valore culturale. Locatelli non nasconde una certa amarezza: «Sono incredulo nel vedere che il lavoro svolto in questi anni non venga considerato un valore aggiunto. Noi avevamo una proposta che rispondeva alle richieste economiche della proprietà e che portava con sé anche un patrimonio culturale e sociale. Evidentemente questo elemento non è stato ritenuto determinante».
Secondo il fondatore dello Spirit de Milan, il problema riguarda l’equilibrio economico che permette alla cultura di esistere. «Le attività culturali da sole difficilmente si sostengono. Servono modelli misti che consentano di finanziare eventi, musica e iniziative aperte al pubblico. Se si separano completamente queste componenti, il rischio è che certi progetti non riescano più a sopravvivere».
Spirit de Milan: lo sgomento di lavoratori e artisti
La chiusura coinvolge direttamente sessanta lavoratori, ma l’impatto va ben oltre i dipendenti. «Bisognerebbe intervistare loro», osserva Locatelli. «In questi giorni ho visto persone che ho sempre conosciuto sorridenti trovarsi improvvisamente in lacrime».
L’obiettivo resta quello di affrontare la fase di transizione senza decisioni drastiche. «Stiamo cercando di respirare e capire come muoverci. La comunità che si è creata attorno allo Spirit continua a esistere e non vogliamo disperderla».
