meditazione
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«Preferisco scattare da solo. Perdersi per la città e scattare fotografie può essere terapeutico. Quasi una meditazione. La presenza di altre persone può distrarre, condizionare». Fabrizio Pavone (@fabrix_08) ha fatto della fotografia una passione vera, uno strumento per indagare lo spazio attraverso il proprio occhio.

 

Chi è Fabrizio?

«Sono nato a Messina e dopo aver studiato architettura all’ Università La Sapienza di Roma, nel 1999 mi sono trasferito a Milano dove mi occupo di arredamento».

 

Quali sono stati i primi passi come la macchina fotografica?

«Ho iniziato a fotografare all’età di 12 anni quando mi regalarono una Kodak Instamatic 44 camera e cominciai a girare la città fotografando strade e edifici. Inconsapevole che l’architettura sarebbe stato il mio percorso universitario e la fotografia la mia passione. Da 4 anni ho approfondito il mio hobby frequentando corsi di fotografia e workshop, tra i quali quelli di Franco Fontana».

 

Che tipo di fotografo sei?

«Prediligo la foto di architettura analizzando l’elemento architettonico a volte nella sua totalità fuori dal contesto urbano e, a volte, estrapolando dettagli architettonici fino a giungere all’astrazione: in questo ambito spazio indifferentemente tra il colore e il bianco e nero in base alle suggestioni del momento».

 

Quali i luoghi che preferisci a Milano?

«Non c’è una zona di Milano che prediligo rispetto ad altre. Mi piace esplorare la città che nasconde e svela scorci sorprendenti, sia in periferia che in centro. Sia nelle zone di espansione residenziale che i nuovi centri direzionali, in cui l’aspetto di Milano si avvicina alle grandi metropoli mondiali con le piazze che hanno cambiato lo skyline in pochi anni, ma omologandosi e perdendo il proprio genius loci».

 

Quali sono le location sopravvalutate dai fotografi?

«Per il mio modo di intendere la rappresentazione della città attraverso la fotografia ritengo che le classiche zone turistiche siano sopravvalutate per comprendere l’essenza della città».

 

E quelle sottovalutate?

«Le periferie, oppure le aree di recupero di architettura industriale».

 

La presenza umana in un contesto architettonico secondo te arricchisce o disturba l’esposizione?

«Gabriele Basilico sosteneva che “La fotografia di architettura, nella grande tradizione, è sempre senza persone”. Io sento di condividere questa visione che consente di esaltare la forma e lo spazio architettonico».

 

Qual è il genere fotografico più distante, in termini di metodo e filosofia, dalla fotografia di architettura?

«Lo still life è il genere fotografico più distante dalla fotografia di architettura: non mi appartiene perché è la rappresentazione di una “natura morta” è un racconto fine a se stesso, statico. Come fosse una esercitazione di tecnica fotografica che non mi emoziona. Al contrario di un edificio, una strada o un paesaggio urbano che, seppur privo di presenze umane, racconta di visioni e di storie da immaginare».

 

Una mostra fotografica che vorresti vedere per la prima volta a Milano?

«Mi piacerebbe vedere una mostra su Fan Ho, perché mi affascina la sua capacità di raccontare la città attraverso un sapiente gioco di luci ed ombre. Il suo tipo di composizione è molto moderno, con geometrie minimali e quasi astratte, esaltate dall’uso del bianco e nero».

 

Come scegli la caption da inserire nei post?

«Deve suggerire un’emozione che completa la visione dello scatto ma non necessariamente spiegarlo. Quindi scelgo con questa intenzione, semplicemente per arricchire la foto che posto. Una sorta di colonna sonora. Non ho una regola, a volte leggo casualmente una frase che mi pare perfetta per uno scatto, altre cerco in base all’argomento che una fotografia mi suggerisce, altre ancora cerco tra i miei autori preferiti».

 

Quali consigli daresti ai fotografi che si approcciano a Instagram?

«Suggerisco di usare questo canale come pura galleria di fotografia. Non come integrazione di altri social. L’obiettivo non è ricevere tanti likes, ma divertirsi e perseguire uno scambio tra appassionati, per ispirarsi e migliorarsi sempre più».

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