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20. 04. 2021 12:47

Quanto manca Elio Fiorucci al fashion di domani

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Milanese, stilista, unico: Elio Fiorucci ha lasciato il segno. Che poi questo segno sia il disegno di un angioletto poco conta. Il suo negozio in San Babila profumava. Per chi è stato ragazzo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, Fiorucci rappresentava una tappa obbligata nelle vasche fatte in centro, anche per non comprare nulla, solo per guardare e respirare il profumo che c’era.

Era il trionfo dei colori fosforescenti. Ma non solo. Sapevate, ad esempio, che il marchio Fiorucci negli anni ’70, dopo Milano, aprì a Londra e New York? Le sue t-shirt fecero la storia. Tra i suoi estimatori anche Andy Warhol e Bianca Jegger, che negli anni ’70 dettavano le regole della moda newyorkese. E ancora: all’inizio degli anni 2000, Fiorucci diventò vegetariano. La sua fu una scelta etica che lo avrebbe portato nel 2011 ad essere promotore del manifesto “La coscienza degli animali”, inno alla vita umana e non: «Rispettando gli animali, rispettiamo noi stessi, la natura di cui facciamo parte e, soprattutto, rispettiamo il valore della vita».

Il suo sostegno alle cause animaliste proseguì nel 2014 insieme al WWF, per il quale realizzò delle t-shirt conto le pellicce d’angora, a sostegno del Progetto Amazzonia. Quando nel luglio del 2015 venne a mancare, il mondo della moda non si accorse subito di aver perso una figura straordinaria, passata dagli eccessi della moda ad un percorso lontano anni luce da lustrini e sfilate, alla scoperta del senso della vita. Tutto questo renderà per sempre Elio Fiorucci un mito a tutti gli effetti.


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