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21. 04. 2021 23:33

Milano, la casa dov’è?

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Youssuf (nome di fantasia, ma la persona è reale) è un ragazzo afghano. Ha un permesso di soggiorno, un lavoro regolare e più che dignitoso in un ristorante milanese: il suo stipendio gli consentirebbe di poter pagare una stanza, ma non la trova, o meglio nessuno gliela affitta. Preferisce dormire per strada, perché sa che luoghi sono alcuni dormitori in città.

Da un lato il clima di paura e diffidenza porta ancora oggi, nel 2018, a spingere molti proprietari di case a non affittare a stranieri, dall’altro risulta molto più conveniente e addirittura cool trasformare stanze e appartamenti in airbnb. Durante il Fuorisalone, per esempio, un monolocale o una stanza possono arrivare a rendere a notte (al proprietario) cifre da hotel a 5 stelle.

Eppure Youssuf è uno di quelli senza cui Milano girerebbe a vuoto: ristoranti, aziende di servizi e pulizie, fattorini, corrieri per citare alcuni esempi. Interi settori si basano sul lavoro (e la fatica) degli immigrati. C’è un problema della casa e del costo degli immobili e degli affitti, che riguarda tutti – italiani e stranieri – e che si può risolvere per tutte e tutti senza fare distinzione (se passassimo, anche culturalmente, dal pensiero del “prima” a quello dell’”insieme”?). Milano non può splendere di eventi, di opportunità, di luci abbaglianti e poi permettersi zone d’ombra. E soprattutto non può succedere che un affitto venga rifiutato in base all’etnia, alla provenienza, al colore, in definitiva al pregiudizio. Siamo pur sempre, ricordiamocelo, una città che ha fatto la sua fortuna grazie all’accoglienza.


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