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04. 12. 2022 19:53

Le insopportabili parole e la prova dei fatti

Nei discorsi milanesi non sempre le parole corrispondono ai fatti e molte vengono utliizzate a sproposito

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Una delle caratteristiche del discorso pubblico milanese è senza dubbio quello di essere vittima di mode che poi divengono luoghi comuni, svuotando e corrompendo il significato delle parole. A volte persino usando termini sbagliati per parlare di cose giuste. Una delle parole più abusate negli ultimi anni è senza dubbio “inclusività”. Se ne parla ovunque e purtroppo a sproposito.

Dalle parole ai fatti: quanto vale “l’inclusività” nei discorsi milanesi?

Si usa questa parola come se fosse una formula magica, pensando che basti pronunciarla per essere a posto con la coscienza e con i fatti che invece la smentiscono quotidianamente. Per esempio, sulla questione del sostegno nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie siamo di fronte a un fallimento clamoroso. Ogni anno si arriva a settembre con genitori che non sanno se il proprio figlio avrà la copertura necessaria tra insegnante di sostegno (a carico dello stato) ed educatore o educatrice (a carico del Comune).

Non sono pochi, anzi, i casi in cui bambini che hanno necessità del sostegno restano “scoperti”, ovvero senza una figura a loro dedicata, per una o più ore durante la settimana. A novembre inoltrato, non nei primi giorni di scuola. Per non parlare del fatto che in molti casi non è garantita la continuità della figura di sostegno, che per i bimbi è fondamentale. Se la smettessimo di parlare di inclusività e tornassimo invece a praticare la solidarietà (che è un concetto più impegnativo, più egualitario, più sociale di “inclusione”) forse qualcosa cambierebbe.

C’è un enorme questione legata alle problematiche dell’infanzia in città, dalla questione delle disabilità a quelle della povertà. Servirebbero strategia e piano d’azione che guardi ai prossimi 5/10 anni. Ci sarebbe la necessità di ribaltare e riformare totalmente un sistema che si dimostra sempre più inadeguato e che accresce le distanze, altro che inclusione. Ma significherebbe lavorare, e quando si lavora non si ha il tempo di instagrammarsi ogni cinque minuti.

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