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19. 05. 2022 06:59

Gabriele Albertini racconta la sua Milano: «Con Sala avremmo fatto l’unità repubblicana»

Con Rivoglio la mia Milano, l'ex sindaco torna a parlare della sua “sfiorata” ricandidatura: «Ho rinunciato anche per i partiti che, alla fine, hanno preferito Sala. Regione? Opzione Moratti»

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Ci sono aneddoti storici. E tanti cenni biografici. C’è una visione di città che oggi non corrisponde a quella di Beppe Sala. E c’è la cronistoria di un rapporto idilliaco con la Procura della Repubblica di Milano, ad eccezione di quell’Alfredo Robledo contro il quale poche settimane fa l’ha spuntata ancora una volta. Gabriele Albertini torna a raccontarsi. E questa volta lo fa in un libro scritto con Sergio Rotondo, dal titolo Rivoglio la mia Milano, edito da De Ferrari.

Gabriele Albertini torna con un libro: l’intervista

A leggerlo sembra il manifesto della mancata campagna elettorale per la rielezione a sindaco di Milano, circostanza accarezzata (a dir poco) da Gabriele Albertini un anno fa. «Gli eventi poi hanno preso una direzione che si è riflettuta anche sul libro», spiega l’ex sindaco a Mi-Tomorrow.

Gabriele Albertini, nel libro si parla molto di magistratura: che rapporto è stato quello con la Procura di Milano?
«In alcuni momenti direi addirittura simbiotico. All’inizio mi guardavano storto, in quanto berlusconiano e senza esperienze in politica. Però so che Davigo aveva ricevuto una mia denuncia in merito ad una questione inerente l’azienda di famiglia e deve aver pensato che fossi “uno di loro”. Battuta a parte, tutto bene fino all’incontro con l’ex procuratore aggiunto, poi degradato a sostituto, Alfredo Robledo».

Eppure la Cassazione le ha dato ragione poco prima dello scorso Natale sulla questione Serravalle.
«Non ho mai capito se per lui fosse una questione più personale o politica. Non appartiene a correnti particolari, se non alla sua. Sul caso Serravalle la Suprema Corte ha stabilito l’assoluta incongruità del prezzo pagato dalla Provincia di Milano a Gavio per l’acquisto delle sue azioni. La perizia, disposta da Robledo, indicava “la sicura e palese incongruenza ed eccessività del prezzo unitario delle azioni Serravalle, pagato, con la compravendita del 29 luglio 2005”. Non ho mai capito perché “entro i termini di legge non fosse stato chiesto il rinvio a giudizio dell’indagato Penati, né fosse stata domandata l’archiviazione del procedimento” (dall’ordinanza del giudice Canali del 27 ottobre 2014)».

Un anno fa partiva il totonomi per il candidato sindaco del centrodestra: quanto ci ha pensato prima di rifiutare?
«Non posso negare che mi era sempre successo di ricevere attestati di stima. Nel frangente specifico ho ricevuto pressing da un cardinale, da un generale a quattro stelle, da un ex presidente del Senato, da vari ex ministri, nonché dai tre leader del centrodestra. Passavo i giorni a leggere elogi funebri da vivo e sono stato sconvolto dalla gratitudine di tanti semplici cittadini per i nove anni di mandato da sindaco di Milano. Avevo ceduto su tutti gli argomenti ostativi, ma le ragioni di mia moglie Giovanna hanno prevalso».

Solo per lei ha declinato?
«Era evidente anche il disaccordo tra i partiti, non tanto su di me, anche se forse qualcuno sapeva che non avrebbe fatto affari col sottoscritto. C’era chi non voleva che Salvini fosse il dominus della partita e si sono avviluppati su loro stessi, alla fine, preferendomi Sala».

Contento così?
«Sì, anche perché avrei dovuto fare uno sforzo gigantesco di fronte a questi ceti dirigenti troppo inclini al populismo».

Sarebbe stato il rilancio del centrodestra?
«Avremmo realizzato, anche a Milano, l’unità repubblicana. Sala la banalizzò quando lo proposi come mio ipotetico vice. Anzi, la mandò proprio in vacca senza cogliere il segnale politico che gli stavo lanciando affinché potesse diventare un leader civico. Mi ha molto deluso perché avremmo potuto costruire qui il neo centrismo».

Quale futuro intravede?
«La scarsa compattezza e l’esasperazione della competizione interna non portano mai a qualcosa di buono, perché almeno sulle cose importanti bisogna stare insieme. La lezione del Quirinale è stata un’altra puntata drammatica e mi induce a pensare che sia molto difficile trovare una sintesi da qui ad un anno».

Esiste un problema di leadership?
«La leadership vincente è quella di un centrodestra che sia realmente centro e destra. Pensiamo a Sala che ha preso la mia stessa percentuale del 2001 con la metà dei votanti. Quella metà è per qualcosa che non c’è. E’ un pezzo di città moderata, che fa rima con economia sociale di mercato e con liberalismo, senza una rappresentanza adeguata».

Nostalgico di Forza Italia?
«Il partito delle origini, che non era confessionale, almeno nel nome, come la vecchia Dc. Era il partito borghese di massa. Oggi non c’è coesione sufficiente sui temi valoriali e il verbo non si fa carne, chi può essere il federatore?».

Gabriele Albertini e il rapporto con Letizia Moratti

letizia morattiTornando a Milano, nel libro emerge un rapporto con Letizia Moratti mai del tutto ricomposto…
«Ho ricevuto tanti messaggi cordiali, affettuosi e di incoraggiamento quando si parlava della mia candidatura. Quei Whatsapp mi hanno aiutato a distinguere tra la persona e la condotta. Da sindaco lei ha compiuto scelte, secondo me, sbagliate, a partire dal riacquisto dei 335 milioni della seconda privatizzazione Aem o dalla cancellazione, immotivata, di un intero ceto dirigente che causò la condanna della sua giunta a risarcire danni erariali per un milione di euro. Leggo che vorrebbe candidarsi alla presidenza della Regione. Se così fosse e lo gradisse, la sosterrei».

E se chiedessero a Gabriele Albertini di candidarsi?

«Sono convinto che la candidata sarà Letizia Moratti. Ne bis in idem».

Oggi Sala ha l’occasione del Pnrr e delle Olimpiadi per rilanciare Milano: ne condivide la linea?
«Credo nella necessità del superamento delle appartenenze per il bene comune. Lui, invece, ha assunto un profilo autoreferenziale e si sta accreditando per fare qualcos’altro dopo questo secondo mandato».

A cosa si riferisce?
«Il caso di scuola è quello del futuro di San Siro, dove emerge lampante una compromissione politica consensuale che è la negazione del “genius loci” di Milano. Sala occhieggia con la componente verde in nome del consumo del suolo, mentre si sa che, a parità di volumetrie, è possibile costruire in verticale ricavando grandi spazi verdi. Quella è un’area dove l’investimento privato può fare la vera rigenerazione urbana, buttando giù il Meazza e valorizzando uno stadio molto più bello. Si può costruire una città nella città, senza un euro di spesa pubblica. Sala, invece, è compromissorio e non si mette in gioco. Così sarà così anche per lo Scalo Farini».

Però il rischio è che gli investimenti scappino da Milano…
«L’abbiamo visto con la Raggi quando rifiutò le Olimpiadi a Roma perché disse che coi grandi eventi si rischiano illeciti. Se sei onesto, sei tu che devi guidare affinché non vi siano illeciti».

A lei il potere non l’ha mai logorata?
«L’ho sempre utilizzato senza averne paura. Ne sono indifferente. Diversamente avrei perso lucidità perché quando presumi di te, non sei libero e sei posseduto dalla tua volontà di potenza. Veda Putin…».

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