federica pozzi
federica pozzi

Per capire la storia di Federica Pozzi servono tre dettagli. Il primo: non è un cervello in fuga perché «non sono scappata da nulla». Il secondo: è un cervello in viaggio, perché ha saputo coniugare l’amore verso la scienza con la passione per le arti, ovunque.

Il terzo: quando è partita per l’America nessuno, nella Concorezzo in cui è cresciuta, credeva ci sarebbe rimasta. «Neanche io». E invece ora vive e lavora a Manhattan, dove dirige un programma di ricerca scientifica sulle opere d’arte per il Metropolitan Museum of Art.

I ricordi del paese brianzolo, per Federica, sono teneri. Una vita dettata dai tempi delle attività in oratorio, molto legata alla famiglia e agli amici di sempre. «Mi piaceva disegnare e ricordo che il mio sogno era di fare l’astronoma: nonno Adriano mi regalò il primo atlante». Diplomata al classico, passa al ramo scientifico in Università. A Milano. Indecisa tra lettere antiche, astrofisica e chimica, «scelsi chimica» perché durante i corsi di orientamento al liceo «rimasi incantata osservando la materia che si trasforma».

Il legame con la materia umanistica, però, non lo perde neanche in via Celoria. La chimica che studia Federica, nella sua tesi magistrale, è applicata ai beni culturali. Perché «ogni opera d’arte è fatta di materia: conoscerne la composizione ci consente di capire come conservarle».

Di Milano, dice che è una città dove si corre molto e si respira «l’aria del mondo», ma che è anche capace di esporti all’arte come è tipico dell’Italia: «Cosa che inAmerica non succede». In America, invece, ci arriva in due fasi. La prima è nel 2010, quando frequenta un anno del suo dottoratomilanese al Metropolitan Museum of Art.

L’impatto con New York lo ricorda come «terrificante: arrivavo dalla campagna brianzola e mi ritrovai, smarrita, in mezzo ai grattacieli di Wall Street». Da sola in città, «a parte la prima settimana, perché mio papà mi accompagnò», Federica si costruisce passo dopo passo il suo futuro. Si ambienta a New York, dove conclude il primo anno di ricerca. Torna a Milano e poi accetta un’esperienza di post-doc, di nuovo al Met, dove torna a collaborare con il direttore del Dipartimento di Ricerca Scientifica, Marco Leona.

Poi, una fellowship all’Art Institute di Chicago, dove lavora con la ricercatrice Francesca Casadio. «Sono stati fondamentali per la mia crescita professionale: hanno creduto in me e grazie a loro ho imparato tutto».

Già, ma nella pratica, cosa fa Federica? «Mi piace definirmi una scienziata dell’arte». Tramite l’uso del SERS e di altre tecniche analitiche, infatti, «facciamo ricerca su opere d’artedi ogni genere, anche per capire come intervenire nella loro conservazione». Un tema che le sta molto a cuore. Che la porta a lavorare per due anni anche al Guggenheim di New York. E poi, di nuovo, tra le braccia del Metropolitan Museum of Art, dove tutto ha avuto inizio nel 2010.

E dove nel 2016 è stata assunta per dirigere il progetto NICS: «Facciamo analisi scientifiche per dieci musei newyorkesi, a sostegno dello studio delle loro collezioni: siamo in contatto con i migliori restauratori del mondo e lavoriamo con loro per proteggere l’arte».

Federica ha altri tre anni di contratto, prima che il progetto si esaurisca. Non sa quali occasioni le si presenteranno in futuro. Ma, per ora, New York è dove stare. «Il mio presente è qui, questa città mi ha dato una speranza che, nel mio settore, in Italia sarebbe stato difficile coltivare».


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