La storia di Lorenzo Braghieri, da Basiglio alla Columbia University: «Nel dramma, siamo stati bravi»

«Sono un ricercatore in cardiologia. A NYC l’abbiamo vista brutta, ma la resilienza degli ospedali è stata unica»

Lorenzo Braghieri
Lorenzo Braghieri

Vivere nell’epicentro della pandemia coronavirus da medico tocca corde diverse da tutte le altre. «Ma ne stiamo uscendo: nel dramma generale a New York, siamo stati bravi a non trasformare gli ospedali in nuovi focolai», dice Lorenzo Braghieri. Lorenzo non lavora nelle terapie intensive, né all’interno delle strutture sanitarie. «Sono un ricercatore in cardiologia», spiega. Ma anche lui, come tutti i newyorkesi, le trasformazioni della quotidianità a causa della pandemia, le ha vissute eccome.

 

La storia di Lorenzo Braghieri

Allende. Il primo shock della sua vita, però, arriva lontano da Manhattan: al liceo classico Salvador Allende, in Piazza Abbiategrasso a Milano. «Vivere l’infanzia a Basiglio è stato come crescere in un’isola felice». A Milano scopre la vita vera, invece, tra singolari episodi di bullismo e le prime esperienze in una «città poliedrica, che mi ha insegnato molto e a cui devo tanto». Una realtà tra cui si divide, con l’inizio degli studi in medicina in università a Pavia. Anche se Milano «è sempre rimasta il posto delle serate e delle amicizie». E dell’Inter, «di cui sono grande tifoso: San Siro diventò una seconda casa».

Medicina. È Pavia, a formare Lorenzo Braghieri. Anni in cui viene ispirato da due grandi neurochirurghi: Alberto Messina e Francesco Di Meco. «Ero al secondo anno di medicina e in un colloquio Di Meco mi disse chiaro e tondo: “Vuoi fare questo lavoro? Allora preparati ad andare via da qui”. Fu una doccia fredda, ma necessaria». Il passo per gli Stati Uniti non è immediato. Perché è solo quando segue il corso della dottoressa Silvia Priori, che si innamora di quella che sarebbe diventata la sua strada: la cardiologia: «Fu un corso rivelatore e la dottoressa divenne la mia relatrice: grazie a questi esempi capii la direzione da prendere».

States. I contatti con gli Stati Uniti arrivano poco dopo. Prima nel 2015 al Jefferson Hospital di Philadelphia, città dove fa anche la conoscenza del ricercatore Antonio Giordano. Poi nel 2017, quando lavora per due mesi in rotazione in un ospedale del Bronx, vivendo ad Harlem. Un periodo a New York «che mi fece aprire gli occhi su cosa fosse davvero la città: vissi i quartieri, le loro persone, il degrado e i problemi. Capii però che qui ci volevo tornare». Anche perché il metodo di training in reparto è diverso: «In Italia si ha la tendenza a non insegnare molto, si impara facendo». Mentre negli Stati Uniti «tutti mi hanno sempre dedicato il loro tempo spiegandomi tutto: mi lasciò senza parole questo approccio, ne fui conquistato».

Grande Mela. E l’occasione per tornarci in pianta stabile arriva lo scorso anno. Dopo aver applicato per diverse opzioni negli Stati Uniti e grazie al curriculum costruito da Pavia, Lorenzo viene preso a Columbia University per un progetto di ricerca sullo scompenso cardiaco, con il Dottor Paolo Colombo: «E ora l’obiettivo sarà applicare per la specialistica, per poter crescere con quel metodo che tanto mi colpì cinque anni fa».

Covid. Coronavirus permettendo, ovviamente. La pandemia ha infatti cambiato il percorso di tanti in queste settimane: «L’abbiamo vista brutta». Anche se i numeri dei ricoveri, ora, sono incoraggianti: «Credo che molto sia dovuto alla resilienza e alla resistenza mostrata dagli ospedali newyorkesi e alla strategia del governatore Cuomo: focalizzarsi sull’aumento dei test ha funzionato». E domani? «Al momento starò qui un altro anno». Anche se in futuro, dopo la specialistica negli USA, «mi piacerebbe portare il mio bagaglio al servizio del mio Paese, magari a Milano».

Picco Covid a New York

Lo Stato di New York ha toccato quota 18mila decessi a causa del coronavirus, nella giornata di domenica e si conferma, assieme allo Stato del New Jersey, l’epicentro Covid degli Stati Uniti. Il Paese è primo nel mondo per numero di casi positivi e di decessi registrati, ma nonostante questo sono già iniziate le prime ripartenze. In Florida, la città di Jacksonville ha riaperto le proprie spiagge. Mentre per gli Stati che lo vogliono e che sono stati meno colpiti dal virus, è disponibile una ripresa in tre fasi già da venerdì scorso, le cui linee-guida sono state presentate alla Casa Bianca da Donald Trump e la sua taskforce.

15 maggio

È la data scelta dal governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, per procedere con le prime riaperture. Lo Stato non è in lockdown: i parchi sono aperti e i mezzi di trasporto, al momento, funzionano. Ma è decretata fino al 15 maggio la chiusura di tutti i business non essenziali. Intanto i dati di ricoveri e terapie intensive continuano a diminuire.

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Sono gli anni di Lorenzo Braghieri, che lo scorso anno si è trasferito a New York per un progetto di ricerca a Columbia University, a Manhattan, focalizzato sugli scompensi cardiaci. «Senza la formazione dell’Università di Pavia e l’aiuto dei miei mentori, non sarei mai qui», dove rimarrà per almeno un altro anno mentre sta applicando per la specialistica negli USA.

Lorenzo Braghieri
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