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17. 09. 2021 16:12

I pro-Trump che macchiano l’insurrezione: analogie e differenze con la Milano che fu

I supporter incitati da Trump hanno scritto una pagina oscura degli Stati Uniti e cambiato il significato di “insurrezione”, che a Milano ha fatto rima con libertà

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Le centinaia di barbari che hanno assalito il Campidoglio e organizzato l’insurrezione del 6 Gennaio 2021 rappresentano una delle pagine più buie della storia della democrazia americana. Una totale mancanza di rispetto delle istituzioni e del Paese, una violenza senza precedenti. Una giornata in cui il concetto di libertà è stato usato come scusa, quello di patriottismo calpestato da chi, patriota, non sa nemmeno cosa significhi.

Pro Donald. Tra le persone dipinte di blu, rosso e bianco e marchiate dalla scritta MAGA (il motto del Presidente uscente, Donald Trump, che quella folla prima l’ha incitata e poi ha detto di amarla perché piena di “persone bellissime”), c’era di tutto. Neonazisti del gruppo antisemita Six Millions Wasn’t Enough (6MWE), che tradotto significa: Sei milioni (di ebrei uccisi) non sono stati abbastanza.

Estremisti della destra anti-governo federale, tra cui i Proud Boys, i Three Percenters e gli Oath Keepers, gruppi che rigettano in modo violento il concetto di governo federale e di democrazia. Estremisti del suprematismo bianco, che tanto sta dilagando in diverse parti dimenticate del Paese e ritiene la razza bianca superiore. Benestanti americani annoiati, come la donna diventata virale sul web per essere giunta all’insurrezione del Campidoglio con un jet privato. Per tutti questi personaggi, l’assalto al Campidoglio è stato, per loro stessa ammissione, un nuovo “Giorno dell’Indipendenza”, un nuovo 1776.

Scherzi di storia. Ciò che fa sorridere amaro è il fatto che gli assalitori del Campidoglio si siano impossessati di termini che, di per sé, un valore negativo nella storia non sempre lo hanno avuto. Si prenda il caso di insurrezione e lo si applichi proprio a Milano. Il primo fatto storico che viene in mente e che le scuole insegnano (e di cui la città è orgogliosa) è quello delle Cinque Giornate.

Le 120 ore che permisero all’allora capitale del Regno Lombardo-Veneto di liberarsi temporaneamente dal dominio austriaco. Dal 18 al 22 Marzo, nel 1848, i milanesi si ribellarono alla presenza straniera, combatterono cortile per cortile e costrinsero il generale Radetzky a trincerarsi nel Castello Sforzesco. Come risultato nacque il governo provvisorio di Milano, una repubblica presidenziale e liberale dal motto, “Italia libera Dio lo vuole”. Libertà, Dio e patria sono concetti presenti anche nella folla barbara di sostenitori pro-Trump, settimana scorsa.

Ma se nel caso milanese erano stimoli positivi, con l’obiettivo di cambiare (in meglio) la vita di chi quella Milano la viveva da oppresso, nel caso di Washington sono stati usati per attaccare quel sistema democratico che, gli Stati Uniti, li rende liberi.

Domani. Come se ne esce quindi? La Milano delle Cinque Giornate chinò la testa e i liberali che le guidarono, i Carlo Alberto, i Carlo Cattaneo e i Gabrio Casati dovettero vivere di nuove imposizioni. Gli Stati Uniti di oggi quella libertà ai milanesi negata già ce l’hanno, invece, e la testa l’hanno rialzata la sera stessa dell’insurrezione.

È successo quando deputati e senatori, stoici, hanno ripreso la sessione parlamentare sospesa con la forza dai sostenitori di Trump e ratificato la vittoria di Joe Biden. Ma se è vero che ogni azione ha una sua conseguenza, le conseguenze di questo assalto sono pericolose perché creano un precedente. E possono insinuare nuove crepe nell’esperimento democratico americano a cui molti di quegli insurrezionalisti milanesi guardavano, nell’Ottocento, ammirati.

Il racconto di Luca Passani

«Quando ho visto Donald Trump incitare la folla a marciare verso il Campidoglio ho pensato, “Che pirla. Menomale che tra poco se ne va”». Luca Passani è un informatico che vive in Virginia, non lontano da Washington, DC. La giornata di mercoledì non se la dimenticherà mai.

«Ho saputo dell’insurrezione da Twitter, mi ha informato che il Congresso fosse in lockdown. Mi sono quindi risintonizzato su C-Span (la televisione via cavo che racconta i lavori del governo federale, ndr) e ho iniziato a vedere le immagini dentro il Campidoglio».

La prima domanda è stata scontata: «Ma com’è possibile? “Adesso caleranno decine di soldati armati fino ai denti dagli elicotteri e cacceranno questi sbandati a calci nel sedere”, ricordo di aver pensato». E invece no, niente. «Se i manifestanti fossero stati, non dico black, ma anche solo brown, non sarebbe andata così» dice a Passani un amico americano in pensione dopo tanti anni al Dipartimento di Stato USA. «Ma erano bianchi…e la polizia ci pensa bene prima di sparare ai bianchi».

Verso il 20 gennaio, data “X”

L’obiettivo numero uno dei Democratici e di una parte, crescente, dei repubblicani è rimuovere il Presidente uscente Donald Trump prima del 20 gennaio. In ogni caso, sarà in quella giornata che Joe Biden si insedierà come 46esimo Presidente degli USA, affiancato dalla vice, Kamala Harris.

La cerimonia di inaugurazione, complice le misure Covid e i timori per nuovi episodi di violenza da parte dei gruppi che hanno già assaltato il Campidoglio, sarà più sobria del passato

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