«Ricercatore a New York, ma con il cuore alla Scala»

New York
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«I miei riferimenti in Italia sono da sempre tre: l’appennino marchigiano, l’isola di Panarea dove vado in vacanza da quando sono bambino e Milano». A New York è una giornata di sole, con il vento forte e il cielo blu. Ad accoglierci nel suo laboratorio, con un sorriso, è Filippo Mancia. Nato all’ombra della Madonnina 49 anni fa, Filippo è Associate Professor of Physiology & Cellular Biophysics al Columbia University Medical Center. E a Milano torna spesso «perché ogni occasione è buona».

DA MILANO • Mamma milanese e papà marchigiano. Il divorzio dei genitori che, a 5 anni, lo porta a Londra. E il ritorno all’inizio del liceo, il Berchet. La Milano in cui nasce, Filippo non la ricorda. Quella che ritrova è una città «in cui si sta bene, anche se triste». Lui, a suo dire, è stato fortunato: fa la spola «tra Festa del Perdono e via Santa Marta». Ha ricordi «affettuosi, legati alla Scala dove ho trascorso intere stagioni, bellissime». Ma non basta: «A Londra andavo a scuola a piedi da solo: si respirava un’altra libertà, che in quella Milano non c’era».

Filippo termina l’università a Pavia, dove si laurea in Chimica: «Dentro di me ho sempre saputo che la mia strada sarebbe stata la scienza». I genitori medici lo ispirano e la ricerca inizia a essere la sua vita, con una tesi in Biologia strutturale: «Il mio relatore fu Ugo Monaco, fece un corso bellissimo in mineralogia che seguii con passione: fu l’inizio del mio percorso di ricerca sulle proteine».

VIA LONDRA • A New York Filippo arriva nel 1997, dopo una parentesi a Cambridge dove vince un PhD al MRC Laboratory of Molecular Biology: «Furono anni preziosi». Poi, il salto oltreoceano: «Un ruolo per il mio arrivo qui lo ebbe Wayne Hendrickson, un grandissimo maestro». Hendrickson è un punto di riferimento mondiale nello studio delle molecole e nella biologia strutturale: lavorare al suo fianco lo aiuta a crescere. Nei laboratori del Medical Center della Columbia University, passa da Junior Post-Doc a Senior Post-Doc, fino al presente: «La New York in cui arrivai, a 29 anni, era più spigolosa di adesso: anche se già al tempo non la percepii come una città insicura, oggi lo è ancora meno».

NYC E IL MONDO • New York la metà finale che Filippo non potrebbe mai lasciare: «Lavoro con ricercatori da tutto il mondo e, credendo nella scienza collaborativa, non posso che considerare questa città al cuore del mio percorso». Proprio per il suo approccio, però, Filippo viaggia spesso in Europa. «Credo che i cervelli non fuggano, ma migrino. E dove vanno loro, vado anche io». Quando viaggia in Europa, torna a Milano: «Solo di recente ho ricucito il rapporto con la città». Quasi per caso, per motivi familiari. Ispirato dalla Scala, che nel 2016 gli fu “galeotta”: «Mi ritrovai, un giorno, sul sito web. Vidi che il 23 dicembre ci sarebbe stata Madama Butterfly». Biglietti disponibili, uno: «Un segno. Ultima fila, laterale, in platea. Quando entrai, dopo anni, piansi per l’emozione».

IL DOMANI • E la Milano di adesso, come la vede? «Una città dove si respira la libertà delle capitali europee». E dove c’è un progetto al quale Filippo è affezionato, il Polo della Scienza: «Un’opportunità unica: mi sono già messo a disposizione e continuerò a contribuire per far sì che si concretizzi e sia un successo». Perché essere newyorkesi significa essere cittadini del mondo. Ma essere cittadini del mondo significa essere anche un po’ milanesi: «Specie quando non ci si vive più».

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La ricerca: dove e come

Al Columbia University Medical Center di New York, Filippo si interessa della struttura delle proteine di membrana. Le proteine che si trovano all’interno della membrana plasmatica sono responsabili del modo in cui una cellula rileva e risponde agli stimoli extracellulari, di natura biologica, chimica e fisica. Il principale obiettivo della sua ricerca è sulle interazioni tra proteina e lipidi di membrana. In questo ambito, il suo laboratorio ha recentemente determinato la struttura ad alta risoluzione degli enzimi di tre famiglie, che elaborano i cosiddetti substrati lipidici.

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Scambio di conoscenze

È nel board di ISSNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation), la fondazione che promuove lo scambio di conoscenze e intelligenze tra ricercatori e scienziati italiani, in Italia e in Nord America. «Un modo per ridare qualcosa al Paese che mi ha formato: accolgo molti giovani italiani nel mio laboratorio, a braccia aperte». In America, sono 4.000 i “cervelli” italiani: «Un capitale umano che va usato».

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9/11

«Una giornata terribile. Le conseguenze dei giorni dopo, sulla città, le ho vissute poco perché vivevo nel campus della Columbia, lontano». Di quei giorni, però, ha un vivido ricordo: «Il silenzio assordante in città. E la fila di veicoli per la raccolta delle macerie, che passavano lungo la Broadway dal New Jersey: sembrava una marcia funebre».

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