Simone Tarantino
Simone Tarantino

Quando Simone è cresciuto a San Siro, si è sempre sentito un po’ un «milanese tra due mondi». Da una parte i quartieri benestanti della fiera. Dall’altra quelli popolari del quadrilatero. In mezzo un ragazzo della classe media che, a distanza di quasi vent’anni dal suo trasferimento a New York, prova ancora quella sensazione. E oggi è alla guida di Startup Home, un’azienda che offre supporto in giro per gli USA a imprenditrici e imprenditori provenienti da minoranze etniche.

«È a Milano che ho scoperto le due facce del mondo». Quella di Simone Tarantino è la storia tipica dello studente che ha il potenziale ma non si applica. Qualche materia rimandata al liceo, in università si laurea in Statale in Biologia mentre inizia a lavorare: «Ricordo gli anni di Celoria con affetto, ma ho capito non fosse la mia strada». A San Siro vede ricchezza e povertà da un punto di vista trasparente: da vicino, ma senza esserne immerso. «Sono stato fortunato a crescere qui, ho capito che il mondo non è solo bianco o solo nero».

La sua carriera, invece, è nel segno dell’innovazione. E inizia, un po’ a sorpresa, da Intel. «Erano gli anni in cui veniva lanciato il computer per le masse e ricordo il mix di attesa, curiosità e perplessità nei suoi confronti». Da Intel fa tutto il cursus honorem. Prima nel ramo dell’educazione, «ero il ragazzo che nei centri commerciali spiegava cosa fosse un PC». Poi come retail marketing manager, «quando ho iniziato a viaggiare tramite l’azienda». E grazie alla quale scopre, per la prima volta, l’America.

A New York, però, non arriva subito. Dopo aver esaurito l’esperienza a Intel, lavora per due anni da Computer Reseller News, una rivista specializzata e la sua società di marketing advisory. Poi, il grande salto dal 2000, quando segue una ragazza newyorkese conosciuta a Milano e apre un ramo della sua società di consulenza negli USA. «Mi sono trasferito nel 2003, e ho subito capito che non sarebbe stata la città che ci fanno vedere le agenzie turistiche».

L’esempio glielo dà un amico artista, che va a trovare a Brooklyn qualche anno prima. Di nuovo, Simone vede le due facce del mondo. Benestanti e ricchi, poveri e precari. «Ho visto i suoi sacrifici, poi ripagati, e la sua New York». Quella dura, spigolosa. Ma anche piena di stimoli e risorse. «Ho capito due cose: la prima è che ti devi reinventare in continuazione». Dal suo trasferimento, infatti, si impegna in vari rami: gallerista d’arte, consulente di marketing e advisor. Il secondo aspetto è l’energia: «È una città che si muove sempre, non ho provato da nessun’altra parte la spinta che ho provato qui».

Una spinta che lo porta a far partire negli USA Startup Home, dove si occupa di talento inespresso nel mondo delle startup. «In America, specie nelle città piccole, c’è un’enorme massa di talento sotto-rappresentato: le donne, le minoranze etniche, la comunità LGBTQ». Un problema che penalizza la diversità e toglie opportunità all’intero ecosistema di crescere: «Offriamo a queste persone attività di mentoring e tutoring per far partire le società, in ambienti virtuosi di coliving e coworking».

Un progetto che, nell’idea di Simone, è applicabile a tutte le periferie del mondo. Anche all’estero. Perché il talento si trova ovunque: «Ma in Italia oggi non tornerei a viverci in pianta stabile: vedo Startup Home anche lì, in futuro, ma le opportunità di fare quello che sto facendo le ho trovate solo a New York».

Periferie del mondo
Il progetto Startup Home nasce in UK, per rappresentare tutti quei soggetti che non riescono a intercettare i finanziamenti per le startup. Simone lo vuole portare in America: «Vogliamo creare dei piccoli ecosistemi nell’ecosistema, per dare loro un modo di far partire le aziende e dare il supporto che non riescono a ottenere perché parte una minoranza». A partire da Philadelphia, dove è nata la prima location e il progetto sta muovendo i suoi primi passi. «Abbiamo 2/3 dei fondi che ci servono, ma procediamo spediti»

L’aneddoto
Simone si è trasferito a New York nel 2003 in pianta stabile. Ma uno degli aneddoti da cui rimane più colpito risale al 2010: «Ai miei amici che mi chiedono che cosa significhi vivere a New York racconto sempre che quell’anno sono andato a 7 matrimoni di amici newyorkesi appartenenti a 7 confessioni religiose diverse»

Solidarietà
New York è una città che sa essere fredda e distaccata, ma anche molto solidale. «Ero presente quando ci furono l’uragano Sandy, il grande blackout del 2003 e le settimane successive all’11 settembre: il newyorkese tipo ha l’enorme capacità di fare comunità come mai ho visto fare»


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