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25. 06. 2022 15:11

San Siro, l’opinione di Andrea Caputo: «Niente vie di mezzo»

Dibattito aperto sul futuro di stadio e distretto, parla il co-progettista del masterplan di LOC Andrea Caputo: «Ristrutturare è possibile, ma si evitino le rovine»

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Il prossimo step dovrebbe essere l’annuncio del progetto vincitore. La spunterà Populous o Manica-Sportium, per l’avvenire di San Siro, ma anche al momento della decisione (entro fine anno) il dibattito non sarà concluso. La fazione che chiede di non toccare il Meazza è viva e continua a mostrare le proprie ragioni. «San Siro ha dei problemi di consolidamento strutturale, ma sono risolvibili. Il nodo è l’investimento», sottolinea l’architetto Andrea Caputo, co-progettista del masterplan di LOC, Loreto Open Community.

San Siro, il dibattito continua: parla Andrea Caputo

È davvero difficile un intervento di ristrutturazione su un impianto come il Meazza?
«Questo è innegabile. Ma in Europa ci sono modelli di riferimento come il Bernabeu, la cui revisione ha dei costi altissimi perché l’intervento è iper-innovativo, anche oltre quelle che sarebbero le necessità del Meazza. Se però compariamo il costo che è stato preventivato per lo stadio nuovo, non siamo distanti».

Cosa servirebbe per “legare” il progetto del nuovo stadio al resto del quartiere?
«A San Siro ci sono grandi recinti invalicabili che creano enormi parentesi: il trotto, l’ippodromo, lo stadio. Di fianco c’è un progetto di Heinz per il trotto, il punto è ricucire il territorio con uno sguardo allargato. Si rischia di creare doppioni o grandi lacune, perché ognuno va per la propria strada. Bisogna concertare col territorio e creare tavoli comuni, le realtà in gioco devono parlarsi».

Cosa pensa dei progetti di Populous, Manica-Sportium e Aceti-Magistretti?
«Li ho visti tutti. Quelli per il nuovo stadio sono di incredibile efficienza. Corrispondono a un’idea attuale di impianto sportivo funzionale e responsivo in ogni parte. Il punto è che San Siro oggi è un’icona. Non si tratta di avere un progetto di requisiti legati solo al comfort, si tratta di raggiungere il valore assoluto dell’icona e credo che questo sia molto difficile. Non so se i progetti proposti possono raggiungere questo traguardo. Ci sono pochissimi studi al mondo sensibili a questa tematica».

Ad esempio?
«Mi stupisce che non sia della partita Herzog & De Meuron. Possono realizzare stadi iconici a qualsiasi scala, come hanno dimostrato per Pechino 2008, ma anche per il nuovo impianto del Bayern Monaco e del Bordeaux. Garantirebbero un ragionamento di un certo tipo: si può demolire San Siro, che già fa venire la pelle d’oca, ma restituendo un valore architettonico pari».

È possibile pensare a una soluzione con i due stadi?
«Si può pensare ed è fattibile, ma è un errore di concetto e di prospettiva. Vuol dire non avere coraggio di andare verso direzioni che sono perfettamente difendibili».

Lei cosa farebbe?
«La mia prima ipotesi è ristrutturare San Siro in chiave contemporanea, se proprio è impercorribile che si vada verso una Cattedrale che entri nei libri di storia e si abbatta il Meazza. Lasciare una torre e un anello vuol dire consumare territorio ed è una banalità politica di chi pensa giustamente che San Siro abbia una certa funzione storica. Staremmo parlando di una rovina da celebrare. Mi pare un paradosso di un’ipocrisia unica».

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