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18. 05. 2022 01:09

Discoteche, viaggio in una crisi senza fine. Citterio (Alcatraz): «Dal Governo solo ipocrisia»

Le ultime sanzioni a pioggia per le discoteche milanesi hanno riaperto una falla che in tanti collegano alle recenti violenze di piazza: proviamo a fare chiarezza

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«La festa appena cominciata è già finita». Le parole dell’indimenticato Sergio Endrigo potrebbero essere la colonna sonora perfetta per accompagnare la situazione attuale delle discoteche milanesi. Neanche il tempo di riassaporare uno spicchio di surrogata normalità che il Decreto Festività ha mandato in frantumi le speranze di decine e decine di gestori di locali.

Discoteche milanesi, gli effetti della crisi

Il settore dell’intrattenimento è quello che sta facendo maggiormente le spese di questa lunga crisi generata dalla pandemia. A parte qualche scampolo di riapertura qua e là, le piste da ballo sono rimaste con le saracinesche abbassate per gran parte degli ultimi due anni. L’ultima stangata è arrivata poco prima delle feste natalizie: il recente decreto, oltre ad aver tarpato le ali alle serate di Capodanno, ha imposto un nuovo stop fino al prossimo 31 gennaio.

C’è chi, però, in barba alle disposizioni governative ha deciso di aprire comunque le porte ai giovani vogliosi di dancefloor. Nelle ultime settimane discoteche come l’Hollywood, il Tocqueville ed il Play Club sono finite sotto i riflettori della cronaca per essere state pizzicate con all’interno centinaia di persone danzanti senza mascherina e senza distanziamento sociale.

Facciamo un attimo di chiarezza. Le discoteche anche in questa fase possono aprire le loro porte, ma devono limitarsi alla somministrazione di bevande e cibo. La musica è anche consentita, ma con il divieto tassativo di scatenarsi in pista. Il mancato rispetto delle norme prevede sanzioni e, nei casi più estremi, la chiusura del locale per 5 giorni.

Tutto ciò ha aperto un dibattito feroce che ha creato due schieramenti contrapposti: da un lato chi punta il dito contro i gestori e il governo, reo di usare una mano troppo leggera nei confronti dei trasgressori, dall’altro chi si compiace delle azioni dei titolari “fuori legge”. «La virtù sta nel mezzo», diceva Aristotele. In una gestione con troppi difetti e pochi pregi a rimetterci è un indotto di migliaia di lavoratori costretti a casa e una socialità sacrificata sull’altare di una sicurezza per certi versi troppo rigida.

Discoteche milanesi, Citterio (Alcatraz): «Ipocrisia e disillusione»

L’Alcatraz Milano è uno dei luoghi più amati dagli appassionati di live e concerti in città, ma da tempo la musica è stata sopraffatta dall’incertezza sul futuro. Il titolare, Lorenzo Citterio – recentemente candidato al nostro premio “Milanese dell’anno” -, racconta quanto essere imprenditori nel business dell’intrattenimento si sia trasformato in un’autentica lotta per la sopravvivenza.

Come reputa la decisione di molti suoi colleghi di far ballare nonostante i divieti?
«Anche se è una cosa che non condivido, non li biasimo. Credo che le norme vadano rispettate anche quando sono ingiuste, ma viviamo una situazione paradossale. Mentre negli altri Paesi, dove la situazione epidemiologica è più preoccupante della nostra, le discoteche riaprono, qui vediamo per l’ennesima volta imporre chiusure e lasciar morire un intero comparto».

Non crede che sia una questione di sicurezza?
«Mi sembra che certi provvedimenti siano più mirati ad ingraziarsi una certa parte dell’opinione pubblica, piuttosto che pensare alla sicurezza. Ciò che è successo a Capodanno per le strade della città è qualcosa di gravissimo e in parte è dovuto anche alla mancanza di luoghi di divertimento controllato, come le discoteche. Si è lasciato campo all’anarchia togliendo spazi di socialità ai giovani».

I contagi, però, sono poco gestibili nelle discoteche.
«Non è vero: non abbiamo mai avuto un focolaio all’Alcatraz. Ultimamente avevamo riaperto con una capienza limitata al 50% e con l’obbligo di Green Pass. Inoltre è innegabile che la riapertura delle discoteche sia stato uno stimolo alla vaccinazione per i più giovani».

Crede che le nuove chiusure siano controproducenti in termini di campagna vaccinale?
«I giovani sono corsi a vaccinarsi con la speranza di un ritorno alla normalità. Grazie all’ipocrisia delle istituzioni sta montando un forte sentimento di disillusione. Parlo con operatori e clienti del settore che sono ormai sfiduciati e si domandano perché dovrebbero ancora vaccinarsi».

Il settore dell’intrattenimento è alle corde. Come si sopravvive in una situazione del genere?
«L’Alcatraz faceva in media 150 concerti all’anno. Nel 2021 ne abbiamo fatti 3. Chi resiste sta andando avanti con i propri risparmi oppure indebitandosi con le banche».

I ristori?
«Lasciamo perdere: ho ricevuto a dicembre quelli che sarebbero dovuti arrivare a luglio».

Fiducia nel futuro?
«Dal primo febbraio riapriremo. Peccato che il decreto imponga il divieto di somministrazione fino al 31 marzo. Quando si organizza un concerto i ricavi della biglietteria vanno a coprire la spesa dell’artista, mentre il bar produce il guadagno del locale. Così continuiamo a costringere l’indotto a restare senza lavoro».

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