Un giorno dedicato al dialetto: «Milan l’è on grand… dialètt»

Un giorno dedicato al dialetto: «Milan l’è on grand… dialètt»

Un ritorno al passato, uno sguardo al futuro. Domani è la Giornata del dialetto milanese, inventata due anni fa per riportare alle origini della comunicazione cittadina tutti coloro i quali vivono o passano per le strade del capoluogo, nella speranza che le tipiche espressioni che si udivano decenni fa possano diventare anche quelle dei giorni prossimi. Non sempre, ma più frequentemente. L’idea è venuta ai creatori della pagina Facebook Milano da vedere – che raccoglie oltre 234mila persone su Facebook – e a Danilo Dagradi ed Elisabetta Piselli, capaci nel 2016 di istituire una giornata grazie alle quale sono partite diverse iniziative sul territorio.

Danilo, com’è nata questa giornata?
«L’idea originaria della pagina era quella di raccontare la storia della città di Milano ed è la funzione che ha tuttora. Avendo già delle esperienze e tenendo dei corsi di dialetto milanese abbiamo deciso di trovare una data specifica».

Come si può “festeggiare” la ricorrenza?
«Invitiamo le persone a sforzarsi di parlare in dialetto, a prescindere dal riuscirci. Facendo le cose di tutti i giorni: andando al lavoro, prendendo il caffé al bar, nella chiacchierata con il vicino».

Risposte?
«Fin da subito abbiamo coinvolto chi conosce la nostra pagina. Ha funzionato molto bene nonostante l’avessimo organizzata in pochissimo tempo. A gennaio 2017 abbiamo fatto partire il primo corso online di dialetto milanese con una risonanza enorme».

Quindi l’iniziativa ha aiutato in termini di visibilità?
«Eccome. Ci hanno chiamato diverse testate nazionali. E’ piaciuta molto, tant’è che nella seconda giornata del settembre successivo abbiamo avuto riscontri ancora maggiori. Abbiamo creato una pagina dedicata a parte, Se parla milanes, con 13mila persone che ci seguono».

Quali sono le idee più strane che avete riscontrato?
«Più strane non lo so, ma una pizzeria ha inventato la pizza milanese, con lo zafferano. Il Bobino Club ha creato il cocktail orlocch, tipicamente milanese, con campari e rabarbaro zucca. Alcuni locali hanno messo i nomi delle pietanze in dialetto, altri ristoranti hanno organizzato cene con prodotti tipici».

Qualcuno ognuno tanto viene a contestare i vostri post in dialetto?
«Quello succede sempre. La gente spesso non ha idea del fatto che il milanese è come una lingua. Se in inglese scrivo “table” lo pronuncio teibol, quel che si scrive non è ciò che si legge. Lo stesso Comune di Milano aveva fatto delle magliette con scritto “Milan l’è un gran Milan”. Peccato che “un” è la pronuncia, avrebbero dovuto scrivere “on”».

Novità per quest’anno?
«La dinamica resta la stessa di sempre, invitiamo a parlare milanese. Cambiano alcune iniziative di chi ci segue e ne arrivano delle altre. Il Museo Bagatti Valsecchi ha inventato una caccia al tesoro con le descrizioni in dialetto».

Ma è vero che a Milano il dialetto si è un po’ perso?
«È opinione abbastanza comune non si parli più come qualche anno fa, ma molta gente lo capisce e quasi sicuramente non lo parla perché si vergogna. Giovani o meno. Il timore è non pronunciare correttamente o sembrare buffi. Nelle altre grandi città il dialetto fa molto più parte del costume, ad esempio a Roma. È bello però vedere che in queste occasioni tante persone dimostrano di volerlo sentire più spesso. Non ci si accorge che molte volte si usano delle parole che fanno parte del gergo dialettale. Il banalissimo “pirla” è dialetto, ma oggi è stato italianizzato».

Che futuro ha il dialetto?
«La storia di Milano ci insegna che le tradizioni milanesi sono dure a morire, basti pensare all’Ambrogino d’Oro… E nonostante la nostra città assorba da culture di tutto il mondo, credo che il nostro milanese possa sopravvivere. Credo, soprattutto spero, che i giovani si accorgano della bellezza della nostra lingua e inizino ad usarla proprio come fanno con gli slang anglofoni. Da Milano partono spesso nuove mode: non vedo perchè non possa rinascere la moda di parlare meneghino».