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01. 08. 2021 09:14

Bending Spoons, parlano gli ideatori di Immuni: «Non c’è motivo per non scaricarla»

A tu per tu con Luca Ferrari: «Abbiamo lavorato gratis per aiutare il nostro Paese»

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Prosegue il dibattito attorno all’app Immuni, ma non tutti conoscono chi si nasconde dietro il sistema di contact tracing promosso dal Governo. Bending Spoons è una realtà giovane e dinamica con sede a Milano: si attesta come uno dei principali competitor nel settore delle applicazioni per smartphone, può contare su oltre 150 collaboratori ed un fatturato annuo di oltre 90 milioni di dollari.

Luca Ferrari, 35 anni, è uno dei fondatori dell’azienda. Nonostante la giovane età, ha un lunghissimo curriculum condito di tantissime esperienze all’estero. «Siamo orgogliosamente tra i primi sviluppatori di app al mondo», racconta in esclusiva a Mi-Tomorrow.

 

Bending Spoons, gli ideatori di Immuni: parla Luca Ferrari

L’attenzione mediatica si concentra intorno all’app Immuni, ma chi si cela dietro Bending Spoons?
«Bending Spoons è un’azienda tecnologica che esiste dal 2013. Non svolgiamo progetti per conto di terzi: Immuni è un’eccezione. Abbiamo circa 150 collaboratori e ricavi intorno ai 90 milioni di dollari».

Qual è la vostra mission aziendale?
«Il nostro obiettivo principale è sempre stato quello di creare un’azienda che fosse la migliore al mondo sotto due aspetti: l’ambiente di lavoro e il livello dei prodotti creati. Ci siamo spostati da Copenaghen, dove abbiamo fondato l’azienda nel 2013, a Milano con questo in mente: essere una fantastica alternativa per chi si sente costretto a lasciare il nostro Paese in cerca di opportunità stimolanti».

Da Live Quiz ad Immuni. Com’è passare dalla realizzazione di qualcosa di ludico ad una app di rilevanza nazionale?
«Live Quiz è un’app piuttosto nota in Italia, ma che rappresenta meno dell’1% del nostro business. Il nostro focus lo poniamo principalmente su app nelle categorie salute, benessere e montaggio video, quindi non di natura ludica».

Allora perché proprio Immuni?
«Abbiamo deciso di imbarcarci nel progetto Immuni, per il quale abbiamo lavorato gratuitamente, perché ci siamo sentiti in dovere di aiutare il nostro Paese in una situazione emergenziale. Se sei un medico su un aereo e senti nell’altoparlante che un passeggero sta male, è naturale che tu ti faccia avanti. Lo stesso vale se di lavoro fai app e al tuo Paese serve un’app per contrastare una situazione d’emergenza: offrire aiuto è una questione di senso civico».

Come avete vissuto la pressione mediatica legata al suo sviluppo?
«È innegabile che i tanti attestati di stima e apprezzamento, specialmente quelli venuti dagli esperti, ci abbiano fatto particolarmente piacere. Le critiche costruttive le abbiamo accolte a braccia aperte, cercando di farne tesoro. Ma ce ne sono state anche molte del tutto infondate o fatte chiaramente in malafede».

Vi hanno demoralizzato?
«Non nego che siano state pesanti soprattutto all’inizio. Noi ci siamo messi a disposizione gratuitamente e per questo progetto abbiamo posticipato progetti commerciali importanti. Vedere Immuni e Bending Spoons strumentalizzati per fini poco nobili non è stato bello. Poi ci abbiamo fatto il callo. D’altra parte, non abbiamo dato una mano per sentirci dire che siamo bravi: l’abbiamo fatto perché abbiamo creduto fosse la cosa giusta da fare».

Gli ultimi dati rivelano che solo 4 milioni di italiani hanno scaricato Immuni.
«Ci siamo impegnati a costruire una app che fosse efficace e intuitiva per l’utilizzatore. Siamo fieri di poter dire che l’Italia è stato uno dei primi Paesi al mondo ad avere pronta un’app di questo tipo e che molti esperti l’hanno indicata come eccellente sotto tutti i punti di vista».

Molti, però, pensano sia inutile…
«La storia che Immuni funziona solo se la scarica il 60% della popolazione non è vera. L’app è sempre utile, ma è giusto sottolineare che più è diffusa e più è utile. La sua efficacia dipende dalla probabilità che entrambe le persone coinvolte in un contagio abbiano Immuni installata sul proprio smartphone. L’aumento della sua efficacia è, pertanto, più che proporzionale rispetto al numero degli scaricamenti».

C’è soddisfazione, insomma.
«Non sono ancora soddisfatto della diffusione, naturalmente. Dobbiamo puntare a numeri ben più alti».

Credete che la campagna informativa sia stata carente?
«Non me ne intendo di comunicazione, lascio a voi esperti il giudizio su questo tipo di argomento».

Cosa direste per tranquillizzare gli utenti in merito alla diatriba sulla diffusione dei dati sensibili?
«È sicuramente giusto che le persone si pongano queste domande. Immuni tutela la privacy delle persone al meglio e praticamente tutti gli esperti che hanno studiato l’app concordano su questo punto. Peccato che ci sia stata tanta disinformazione al riguardo».

Quindi come si possono rassicurare gli italiani?
«Una cosa che non tutti sanno è che Immuni è stata sviluppata a stretto contatto con il Garante per la protezione dei dati personali, che ha dato un parere molto positivo sull’app. Considerando pure che è gratuita e non consuma batteria, non c’è proprio motivo per non scaricarla».

Immuni, a che punto siamo?

Quattro milioni di download sono al momento ancora troppo pochi per garantire un tracciamento efficace. Così è necessario lavorare su tutti i canali di comunicazione possibili per incentivare la diffusione dell’applicazione. Da lunedì scorso, 6 luglio, Google ha iniziato a dare la visibilità all’app di contact tracing tramite un link presente nella sua homepage, che rimanda direttamente alla pagina da cui è possibile scaricarla.

Qualcosa di molto simile succede anche su Youtube: qui è possibile trovare un video di 15 secondi caricato dall’account ufficiale di Google che invita a effettuare il download del software «per aiutare il Paese, proteggendo la tua privacy».

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