collettivo lambrate
collettivo lambrate

A pochi giorni dall’occupazione di uno stabile abbandonato da vent’anni al civico 10 di via Edolo (parallela di via Melchiorre Gioia) gli attivisti del collettivo Lambretta hanno già rintonacato parte delle pareti esterne ed offerto pane e salamella di benvenuto ai primissimi avventori.

Il loro obiettivo? Proseguire nella loro battaglia ormai lunga otto anni: sensibilizzare sulla cattiva gestione degli edifici abbandonati a Milano. Dalla nascita agli sgomberi, dai progetti futuri al rapporto con le istituzioni: di tutto un po’, un po’ come loro. Un collettivo che, in quanto tale, risponde nella collettività delle proprie voci.

Come nasce il Lambretta?

«Partiamo nel 2011, raccogliendo studenti e lavoratori precari. Luogo d’elezione è Città Studi: tutto inizia in piazza Ferravilla con la prima occupazione del 2012, dove rimaniamo fino al 2014. Poi ci spostiamo in via Cornalia, zona Repubblica».

Perché spostarsi in una zona così centrale?

«Eravamo vicini ad Expo, dove la speculazione edilizia si toccava con mano. Purtroppo nel 2016 quello spazio ha preso fuoco e siamo tornati a Loreto, in via Canzio, in un ex studentato della Statale. Siamo rimasti lì fino a quando non sono iniziati i lavori di recupero dello stabile».

Successivamente?

«Via Val Bogna, zona piazzale Cuoco. Era un bingo: abbiamo aperto una palestra e un bar e qualche mese dopo abbiamo occupato anche il ristorante abbandonato al piano di sopra per organizzare attività aperte al quartiere. Siamo stati sgomberati lo scorso luglio».

In che modo?

«Con il Lambretta c’è ormai la pratica dello sgombero estivo, quando il numero di studenti che gravitano attorno al collettivo è minore. Tra l’altro per via Val Bogna c’è stato un dispiegamento di forze davvero ingiustificato. Hanno sequestrato anche il nostro materiale: un disagio».

Quanti siete e quante ore restate qui?

«Il nucleo fisso attorno al collettivo è di 30-40 ragazzi. I primissimi giorni siamo rimasti qui giorno e notte, adesso lavoriamo dalla mattina fino a tarda sera».

Cosa pensate di fare in via Edolo?

«Una palestra popolare con corso di boxe, dancehall e ginnastica leggera, una libreria, una cucina nell’ambito del progetto No Place No Race che garantirà cibo e vestiti a migranti e a bisognosi, attività con il collettivo femminista DeGenerazione e un focus sull’internazionalismo».

C’è anche l’impegno politico, quindi.

«Il Casc Lambrate, da sempre attivo nel Lambretta, continuerà con il suo lavoro politico nelle dieci scuole che segue. Siamo partiti dal decreto Salvini e seguiamo le vicende del Kurdistan. Tra dicembre e gennaio torneremo sulla Striscia di Gaza nell’ambito del progetto Gaza Freestyle».

Una domanda che in tanti si fanno: perché occupate? A quale pro?

«L’obiettivo è denunciare la cattiva gestione degli spazi a Milano, città con un numero altissimo di edifici vuoti e abbandonati e priva di spazi aggregativi per i più giovani. Vogliamo incidere su quella crepa: se non li si riqualifica, che li si diano ad attività che partono dal basso».

Il presidente del Municipio 2, Samuele Piscina, ha già chiesto il vostro sgombero.

«Un posto vuoto non è fruibile dalla cittadinanza: noi lo apriamo e lo ridiamo al quartiere, che ha questo diritto. Milano ha una gestione legata alla privatizzazione, ecco perché servono spazi senza vincoli economici: questo va oltre l’atto stesso di aver rotto una catena».

Come vi hanno accolto i residenti?

«Molto bene, sono passati qui molti vicini entusiasti e pronti a dare una mano. È illegale riprendere un posto che cade a pezzi? Quello che facciamo diventa una cosa assolutamente legale. Quello che facciamo non si fermerà mai, faremo vedere cosa possiamo dare al quartiere».

Milano e il centrosinistra: vi aspettavate di più?

«Storicamente non abbiamo fiducia nelle istituzioni e nella loro gestione del bene pubblico. Con Pisapia, che avrebbe dovuto essere il sindaco del popolo, abbiamo registrato il più alto numero di sgomberi. Non cambiamo il nostro modo di porci in base a chi siede sulle poltrone. Sono una cosa lontana da noi per campo d’azione e mentalità».

Ma non avete mai avuto un contatto diretto?

«Sì, è capitato in passato. Ci abbiamo provato ai tempi di piazza Ferravilla, sotto la gestione Pisapia. Eravamo pronti ad aprire un tavolo in Comune sul blocco degli sgomberi per gli spazi sociali, se ne stava parlando: nel mentre, il Lambretta è stato sgomberato. Ma la minaccia di uno sgombero non ci preoccupa più: andremo avanti, senza paura».


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