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28. 06. 2022 05:15

Si “tratta” di ricominciare: l’impegno di Lule Onlus per salvare le donne in strada

Lule Onlus è in prima linea nel recupero ed integrazione di donne vittime di tratta e sfruttamento

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La realtà milanese Lule Onlus rappresenta l’Italia nel progetto europeo WIN (Trafficked Women Integration) di integrazione di donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale, basato sul reinserimento sociale e lavorativo come punto di partenza di una nuova vita.

Che cosa fa Lule Onlus?

La storia dell’ente anti tratta Lule Onlus (“fiore” in albanese) nasce nel 1996 ad Abbiategrasso da un gruppo di volontari che tentano di mettersi in contatto con le donne che si prostituivano nell’hinterland milanese con l’intento di aiutarle. Riconosciuta come associazione, Lule contribuisce alla nascita delle prime unità di contatto, ovvero le unità mobili di strada.

Nel 2001 la promozione di Lule Onlus a cooperativa permette di aprire le prime strutture di accoglienza, protette dalla privacy (essendo l’indirizzo segreto), in cui iniziano i percorsi di integrazione. Nel 2016 le unità ampliano la loro azione alle donne sfruttate, non solo dal punto di vista sessuale, ma anche lavorativo.

«Il nostro obiettivo – spiega a Mi-Tomorrow l’operatrice Valeria Volpati – è aiutare le vittime della tratta a uscire dallo sfruttamento grazie all’inserimento in programmi di protezione sociale in cui le aiutiamo a raggiungere l’autonomia e l’integrazione sociale. Si tratta di donne di origine nigeriane, di età media 20-30 anni, con un livello di istruzione basso e senza lavoro». Il progetto europeo WIN ha coinvolto negli ultimi due anni 57 donne, di cui 15 in Italia, tutte a Milano, avviate a percorsi individuali di integrazione sociale e lavorativa grazie al supporto degli operatori specializzati di Lule Onlus ed Energheia, l’altro ente coinvolto.

Il percorso di integrazione

Il primo step avviene prima con le forze dell’ordine e poi con le unità di contatto o contattando il numero verde nazionale antitratta. «In una situazione in emergenza – prosegue l’operatrice di Lule Onlus – la donna viene accolta subito in una struttura protetta, qui viene fissato un colloquio conoscitivo per spiegarle cosa sono e come funzionano i progetti di protezione sociale, in modo che sia lei a scegliere di intraprenderlo».

Lo step successivo è quello di reintegrare socialmente i soggetti, attraverso un corso di italiano ed una serie di corsi di formazione fino al tirocinio e al lavoro. Nell’ultimo passaggio arriva l’effettiva autonomia con una casa autogestita e con un lavoro in regola, fondamentale per non ricadere nello sfruttamento.

«Il problema è la recuperare fiducia»
Il parere di Simona Conconi, psicologa di Lule Onlus

Con quale approccio ha basato il suo lavoro?
«Ho basato principalmente il mio studio sulla cultura nigeriana, in particolare sulla religione: le donne che arrivano da noi sono cristiane, ma al fianco di Dio ci sono altre divinità a cui credono fortemente, e quando chiedono qualcosa a una di queste divinità (come trovare un lavoro o far guarire un parente) portano in cambio qualcosa di materiale, e il loro patto finisce lì, non sussiste altro senso di gratitudine simile al nostro».

Come si riescono a bilanciare professionalità ed umanità a contatto con le storie di queste donne?
«Tutto parte dalla conoscenza e dal rispetto della loro diffidenza nel genere umano. Non si fidano degli uomini bianchi, che rappresentano i clienti, ma neanche delle donne: la prima persona che le ha tradite è una donna, la “madam”, complice della tratta. Hanno paura del rito juju, un ricatto sulla donna e sulla sua famiglia in Nigeria, che la donna stessa non può controllare. Noi psicologhe dobbiamo conoscere questo rito per rapportarci con loro».

Qui si insidiano le prime difficoltà?
«Dobbiamo accettare il fatto che sono state tradite, che non si fidano di nessuno e che, quindi, ci mettono costantemente alla prova. Poi con il tempo alcune donne si aprono, mentre altre faticano e arrivano solo fino a un certo punto a raccontarsi per via dei loro traumi. Per me è sufficiente così, perché anche chi non riesce ad affidarsi del tutto ha deciso, in ogni caso, di darsi una possibilità».

C’è una storia in particolare che l’ha colpita e perché?
«Una giovane ragazza nigeriana mi raccontò di essere stata derisa durante la sua infanzia a scuola perché non sapeva leggere ed era convinta, per questo, di non essere abbastanza intelligente. Una volta inserita nel nostro progetto ha cominciato a imparare l’italiano ed insieme abbiamo scoperto che non era una questione di intelligenza, era semplicemente dislessica. Con tanto lavoro e forza di volontà, oggi, ha superato il trauma con una progettualità concreta per il suo futuro: entrata nel progetto WIN, infatti, ha seguito un tirocinio in un negozio e oggi è assunta come commessa con la prospettiva di diventare, un giorno, responsabile del negozio».

 

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