piazza affari
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Fossimo in un paese anglosassone, potremmo dire di essere nella “city”, il cuore economico e finanziario della città: Piazza Affari è per tutti la sede della borsa valori italiana. Qui il contrasto tra palazzo Mezzanotte e il monumento collocato qualche anno fa al centro della piazza non può che colpire per la sua ruvidezza.

Il palazzo è stato costruito nel 1931 per ospitare proprio la borsa valori che, fino a quel momento, era operativa prima a palazzo Giureconsulti e poi in piazza Cordusio (dove oggi dovete mettervi in fila per entrare da Starbucks).

Proprio di fronte all’ingresso ecco l’opera L.O.V.E. di Maurizio Cattelan: un dito medio rivolto da palazzo Mezzanotte al popolo. O dal popolo a palazzo Mezzanotte? Dubbi dell’arte contemporanea sui quali non investighiamo. Ma è quello che non si vede che affascina maggiormente: sotto il palazzo, coperto dal plexiglas troviamo quanto rimane del Teatro Romano.

Costruito nel I secolo e probabilmente distrutto dal Barbarossa nel 1162, poteva contenere settemila persone. Pochi passi ed ecco via Santa Maria Segreta: il nome fa pensare ad una chiesa che, però, oggi non c’è più (la troviamo in via Ariosto).

Ma è quello che scorgiamo all’incrocio con via Meravigli che ci lascia senza parole: tra i palazzi fa bella figura di sé una torre. Si chiama Torre Meravigli ed era parte della casa omonima.

Il lato sinistro è il più recentemente restaurato e presenta un fronte tipicamente neoclassico; il lato destro è quello che tradisce le antiche origini della casa; sulla destra di quest’ultima, una torre con mattoni a vista – le cui fondazioni risalgono al III secolo – inglobata ed utilizzata come campanile per la chiesa di San Nazaro in Pietrasanta fino alla sua demolizione, nei primi anni del XX secolo.

I secoli di piazza San Fedele

Accolti dal monumento di Alessandro Manzoni, opera di Francesco Barzaghi del 1883, questa piazza nasconde secoli di storia nei palazzi che la circondano.

La chiesa di San Fedele è stata costruita dove già nel XII secolo sorgeva una struttura con lo stesso nome. Quando, nel 1566, i Gesuiti chiamati da San Carlo Borromeo fissarono qui la loro sede, presentarono un primo progetto di riedificazione che, tuttavia, venne respinto a favore di quello del Pellegrini.

Pochi anni dopo, a fianco della chiesa, venne costruito un collegio che fino alla seconda metà del 1700 fu sede della Casa Principale di Lombardia dei Gesuiti. Nello stesso periodo, tutto il contenuto della vicina chiesa di Santa Maria della Scala, che era stata demolita per permettere la costruzione del Teatro Alla Scala, fu trasportato qui. Per questo motivo il nome completo è Santa Maria della Scala in San Fedele.

Tra le numerose opere da ammirare all’interno, la Madonna dei Torriani – affresco del XIII secolo – e la Madonna della Scala. Nel bellissimo archivio ligneo ricavato da un confessionale, è custodito l’atto di morte di Manzoni.

Pasticceria Moriondo: qui sveglia alle 6.00

La guerra è appena finita ed in via Marghera apre la Pasticceria Moriondo. Bastano pochi anni e i loro inimitabili amaretti, fatti ancora oggi a mano, vengano apprezzati da milanesi e non solo. Il segreto? Mandorle dolci ed amare. Con il passare degli anni al bancone della pasticceria si aggiungono torte e mignon, così come le praline di cioccolato.

Nel 1985 le redini passano alla famiglia Corrado che non solo mantiene viva la tradizione e fa diventare la Pasticceria Moriondo un punto riferimento nel settore “goloso”, ma alla storicità dell’azienda aggiunge la visione al domani: ecco quindi che oggi troviamo alcuni prodotti in vendita online e l’hashtag #pasticceriamoriondo è utilizzato ogni giorno da grandi e piccoli per immortalare le tante dolcezze.

Se a questo si aggiunge che l’orario di apertura è al mattino alle 6.00 in punto, la bottega storica ha tutte le carte in regola per trovare spazio di diritto nel cuore dei milanesi.

SE PARLA MILANES

Sù de dòss!

Esclamato nei confronti di qualcuno… noioso o pesante. O forse che incarna entrambe le caratteristiche. «Stai su da addosso», la traduzione letterale, indica un invito a finirla, a smetterla di dire o fare qualcosa che si reputa inutile e stancante. È allo stesso modo usato quando si insiste troppo nel chiedere qualcosa: come sempre, nel dialetto milanese, il tono di voce può dare una indicazioni più precisa sull’umore di chi pronuncia la frase.

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