Sant’Ambrogio: aneddoti e curiosità sul luogo caro al Santo Patrono della città

Sant’Ambrogio
Sant’Ambrogio

In attesa che venga pronta anche la fermata della nuova linea metropolitana blu, la M4, si arriva Sant’Ambrogio con la linea verde. Appena saliti in superficie ecco la pusterla: porta il nome di Sant’Ambrogio, ma è molto molto più giovane. Non inganni l’aspetto: quello che si vede è un rifacimento del 1939 ad imitazione di quella antica. Del XIV secolo sono, invece, le tre statue dei santi, Ambrogio, Gervasio e Protasio, che possiamo scorgere nel mezzo. Pochi passi per arrivare in piazza Sant’Ambrogio ed ecco la Basilica del nostro Patrono: qui bisogna solo entrare e guardare. Guardare tutto, fin dall’entrata, lasciandosi trasportare dalla storia, che è davvero tanta ad ogni angolo. Ogni cosa racconta episodi della storia della nostra città.

 

Di questo luogo il Petrarca scrisse: «Abito nell’estrema periferia occidentale della città, presso la basilica di Sant’Ambrogio. La casa è assai salubre, posta sul lato sinistro della chiesa; davanti a sè ha il pinnacolo plumbeo del tempio e le due torri della facciata; dietro guarda le mura della città, un vasto tratto di campi verdeggianti e le Alpi che appena trascorsa l’estate biancheggiano di neve.

Ma direi che il più dolce spettacolo che mi si offre è quello dell’altare che io non presumo ma so essere stato sepolcro di tanto uomo, e spesso, pieno di venerazione, contemplo nel marmo quasi viva e spirante la sua immagine, che dicono somigliantissima, sulle alte pareti. Ciò basterebbe a compensarmi dell’essere venuto qui: mi è infatti impossibile descriverti la dignità di quel volto, la maestà di quella fronte, la serenità di quello sguardo; manca soltanto la voce perché veda Ambrogio redivivo».

Accanto alla Basilica la colonna del diavolo: leggenda vuole che lì il nostro patrono ed il diavolo se le siano dette di ogni e Ambrogio, non ancora Santo, diede un bel calcione nel sedere a Lucifero che picchiò la testa sulla colonna. I buchi sarebbero stati lasciati dalle due corna. Buchi che ovviamente puzzano di zolfo e appoggiando le orecchie si potrà sentire il rumore dell’inferno.

CI VEDIAMO IN…
Palazzo Vidiserti Dozzio

Sono due gli ingressi di Palazzo Vidiserti Dozzio: via Montenapoleone e via Bigli. Erano ingressi importanti già ai tempi delle cinque giornate di Milano quando gli insorti, trovando la via Montenapoleone impraticabile per la presenza degli austriaci, decisero di entrare proprio in questo palazzo e, sfruttando la doppia uscita, scapparono uscendo da via Bigli. Il palazzo è anche famoso nelle cronache per l’acqua miracoloso che qui si poteva estrarre da un pozzo.

Leggende a parte, questo luogo ebbe davvero un ruolo di primo piano nel 1848: qui si riunivano gli insorti per studiare la situazione ed impartire gli ordini (solo in seguito cambiarono sede per passare a casa Taverna) ed ancora oggi possiamo infatti leggere una targa appena sul lato di Montenapoleone, tra un negozio e l’altro. E’ opportuno ricordare che questo palazzo, come altri della via, è stato costruito su quel che rimaneva di antiche mura romane e non è raro trovare in qualche cantina qualche pezzo di storia di Mediolanum. Ma Palazzo Vidiserti Dozzio conserva anche pezzi del precedente edificio medioevale e di una ricostruzione cinquecentesca.

RETROBOTTEGA
Sartoria d’eccellenza: Gianni Italia

L’inaugurazione di Gianni Italia risale al 1965. Il signor Gianni con la moglie Fernanda confezionavano abiti su misura. Siamo in via Paolo Sarpi e questa è una delle poche, ma importanti insegne in italiano, in una zona che abbiamo imparato a conoscere come Chinatown, dimenticando il vecchio nome Borgo degli Ortolani. Negli anni ’70 la bottega diventa un punto di riferimento per l’abbigliamento maschile e con l’arrivo degli anni ’80 anche Sergio e Maurizio, i figli, entrano al fianco dei genitori nell’attività di famiglia portando grandi novità a questo settore. La bottega è oggi frequentata non solo dai clienti storici, ma anche da tanti giovani che scoprono la bellezza ed unicità dei prodotti made in Italy.

SE PARLA MILANES
Va a ruzà el carellòtt

La traduzione letterale è: «Vai a spingere il carrellino». Il carellòtt era un gioco per bambini costruito con legno e manici di scopa: potremmo definirlo il bisnonno dello skate board. Ma questo modo di dire non è per bambini, tutt’altro. E’ uno dei tanti modi che il milanese utilizza per mandare al diavolo qualcuno, invitandolo in questo caso a non occuparsi di faccende da adulti e fare qualche cosa di semplice.


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