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19. 09. 2021 18:58

Galli lancia l’allarme “super diffusori”: «Sono i responsabili dell’80-90% dei nuovi contagi»

Il professore Massimo Galli chiede una maggiore attenzione per individuare sul nascere i nuovi focolai ed invita all'utilizzo di strumenti sempre più rapidi ed efficaci

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Il coronavirus sta tornando a farsi sentire con l’esplosione di nuovi focolai su scala mondiale. Anche il professor Massimo Galli, direttore del reparto Malattie Infettive all’ospedale Sacco pone l’accento sui nuovi cluster: «La massima attenzione va anche rivolta all’identificazione dei soggetti cosiddetti “super diffusori” del virus».

Individuare tempestivamente i nuovi focolai

I nuovi focolai, per quanto preoccupanti, erano previsti con il lento ritorno alla normalità. «Non ci si poteva illudere che “riaprendo” non sarebbe successo più nulla – sottolinea Galli -.Tuttavia ciascuno di essi va considerato con la massima attenzione ed è fondamentale il loro rapido contenimento. A questo fine è assolutamente necessario il potenziamento della medicina territoriale e della capacità di identificare e circoscrivere rapidamente i focolai risalendo la catena di contatti».

Il problema principale però è proprio l’identificazione tempestiva degli infetti in grado di contagiare. «Su 100 persone infettate da SarsCov2, 90 hanno una limitata capacità di trasmettere l’infezione mentre gli altri 10 infettano e tra loro ci sono dei veri e propri super-diffusori. Saranno proprio questi ultimi – avverte il professore del Sacco – i responsabili dell’80-90% delle nuove infezioni».

Un’arma per il monitoraggio del virus: i test rapidi

Oltre alle classiche norme anti-Covid come il distanziamento sociale e la mascherina, Massimo Galli indica una diffusione più capillare dei test rapidi come possibile soluzione per monitorare e contenere il virus. «Io sono un fautore dell’utilizzo dei test rapidi – dichiara fermamente -, soprattutto nell’ottica della ripresa delle attività delle aziende, delle scuole e in tutti gli ambiti che prevedono numerose persone riunite a lungo in spazi condivisi».

Esisto però un problema di fondo al loro utilizzo.«Gli anticorpi compaiono nel sangue nella maggioranza dei casi non prima di 10-12 giorni dai sintomi e negli asintomatici una ventina di giorni dall’avvenuta infezione – spiega ancora Galli -. I kit rapidi non possono quindi identificare subito nuove infezioni, ma possono avvertirti se nella popolazione è cambiato qualcosa e consentire di attivare una campagna di indagine più approfondita».

Quindi la soluzione? La diffusione di nuove metodologie di controllo rapido maggiormente efficaci che possano aiutare ad individuare un focolaio sul nascere. «Confido che presto – conclude il prof. Galli – possano essere sviluppate nuove metodiche rapide che sostituiscano di fatto il tampone “classico”, dicendo in pochi minuti, su campioni di saliva o con un tampone fatto sul posto, se una persona ha il virus o no».

 

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