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17. 05. 2021 04:53

Una ballad per Ermal Meta: «Ho scritto pensando di essere in platea»

Ermal Meta torna all’Ariston con Un milione di cose da dirti: «Ho vissuto momenti di paralisi»

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Un nuovo album e una ballad per il Festival. Ermal Meta è pronto a salire sul palco dell’Ariston, che conosce più che bene. La sua Un milione di cose da dirti non ha nulla da perdere, consapevole com’è Meta – vincitore tre anni fa in coppia con Fabrizio Moro – di far parte di un’edizione che rimarrà nella storia.

Tre anni dalla vittoria del 2018: che percorso è stato?
«È stato un percorso abbastanza complicato se vogliamo, perché dopo Non abbiamo armi – il disco che contiene Non mi avete fatto niente, ndr – sono successe cose molto belle, c’è stato un bel tour e ad un certo punto sono entrato in una sorta di pausa meditativa».

Quanto è durata?
«Fino alla fine del 2019, quando ho ripreso a scrivere: avevo una grandissima voglia, avevo appena terminato lo studio nuovo. Ed è arrivato il lockdown».

Uno stop imprevisto.
«Una paralisi, direi. Non riuscivo a scrivere, l’unica canzone è stata Nina e Sara. Mi sono reso conto che tutto quello che stavo scrivendo era ciò che avrei voluto in quel momento: la libertà. Ho scritto pensando di essere in platea e non sul palco: è la prima volta che mi accade perché, in genere, quando scrivo un pezzo immagino subito di cantarlo dal vivo. L’unica voglia che avevo era quella di lasciar andare un’energia che mi arrivava da qualcun altro. Insomma, non riuscivo più ad “inquadrarmi”. Poi ho capito di volermi mettere dalla parte di chi guarda e di chi ne gode».

A Sanremo con una ballad, per la prima volta. Sarà difficile senza pubblico?
«Sinceramente no. Certo, la presenza del pubblico ti aiuta, ma mentre canti non ci pensi nemmeno. Credo sia molto più complesso fare una canzone energica con la platea vuota perché le forze che spendi dalla sala ti ritornano. Anche una cassa dritta e le mani che battono a tempo… È come dire “Su le mani!” e davanti non c’è nessuno. Con una ballad questo non succede».

Chiunque ti ha sconsigliato di portare come cover Caruso di Dalla. Tu dici che l’hai scelta per superare i tuoi limiti. Quali sono?
«Partiamo dal fatto che Caruso è una canzone enorme, untouchable. Ho un po’ di paura, ma è normale: vado a cantare un brano devastante. E poi il testo è di una bellezza… Pensa che la prima volta che l’ho letto, tanti anni fa, mi sono commosso. Non conoscevo la canzone per un motivo che adesso non ricordo. Capii subito che era un capolavoro, pur non avendone ancora sentita la musica».

E quando l’hai sentita?
«Ne sono rimasto stravolto. A questo giro avrei dovuto per forza cantarla sul palco dell’Ariston. Poi devo dire che il mio maestro (Diego Calvetti, ndr) ha fatto un arrangiamento super».

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